Vacillano i «grandi» media


«Qualcuno doveva alzarsi a dire che la democrazia non può sopravvivere con queste interferenze delle corporation e del governo sui mezzi di informazione»: si è vantato così Dan Rather, il celebre anchorman, davanti a Larry King, l'altro celeberrimo anchorman (1).
Dan Rather è stato licenziato dalla CBS, dove era il volto e il capo pagatissimo del famoso programma «60 Minuti», per un notevole scoop: nel settembre 2004 aveva dimostrato che George Bush aveva disobbedito agli ordini e schivato alcuni doveri militari durante il suo servizio nella Guardia Nazionale, dove papà l'aveva imboscato durante il Vietnam.
Aveva esibito documenti, gli stati di servizio di Bush jr., men che soddisfacenti; e aveva spiegato di come un superiore aveva subito pressioni per edulcorare quegli stati di servizio.
Sumner Redstone (Rothstein), il capo supremo di Viacom (2), il colosso mediatico che possiede (fra l'altro) la CBS, è ovviamente un sostenitore di Bush e delle sue guerre per Israele: quel servizio imbarazzante per il Comandante in Capo non gli piacque per niente.
«Infuriato per quel che la notizia gli costava nei suoi rapporti con Washington», ha raccontato Rather, «ha ordinato di sbattere fuori Dan Rather e ogni altro giornalista implicato in questo» scoop.
Un consesso radunato da Rothstein trovò per il licenziamento una scusa pietosa, e insultante per l'onore del giornalista: l'autenticità dei documenti che mostravano Bush come imboscato non «era stata controllata», che la trasmissione non era «equa» né «accurata», e insinuò che i rapporti scritti dal superiore del futuro presidente, colonnello Jerry Killian della Guardia Nazionale, potevano essere falsi.
Dan Rather, il Bruno Vespa americano, si trovò sul marciapiede dopo 24 anni di successi al comando di «60 Minuti».
Ora ha intentato causa alla CBS, a cui chiede 70 milioni di dollari.
Soltanto ora, tre anni dopo il licenziamento.
Come mai?

Vero che Rather è una potenza e ed è notissimo, e che il collega-concorrente Larry King gli ha offerto la spalla nella sua trasmissione.
Ma sono convinto che questo atto di coraggio non sarebbe stato possibile nemmeno ad un famoso come lui, se non fosse per internet e il suo potere di contro-informazione.
E' questa la grande novità che le Caste stentano a capire, o fanno finta, sperando che lo spirito possa essere rinchiuso nella bottiglia.
Invece, per la prima volta, chi scrive è ottimista: la blogosfera sta intaccando la presunta «autorevolezza» dei giornali e dei «media autorevoli».
Li smaschera invece per quel che sono: non autorevoli ma ufficiosi, liberi nei limiti di una critica autorizzata.
L'ha capito Barbara Spinelli (la fidanzatina di Padoa Schioppa): ciò che «il fenomeno Grillo» colpisce anzitutto è «la complicità che lega il giornalista (specie parlamentare) al politico», per cui «il giornalista parla al e per il politico e il politico parla al giornalista per se stesso, e nessuno dei due parla della società, che non ha più rappresentanti».
E' stato un errore, continua, «l'esclusione da tale recinto della informazione alternativa, che non è più emarginabile».
Ecco perché il sottoscritto, nel suo piccolissimo di giornalista su rete, si rallegra.
Vede con godimento le facce livide che davanti al fenomeno Grillo mostrano i giornalisti «autorevoli» di potere, da Mauro Mazza a Giuliano Ferrara, per non tacere di Eugenio Scalfari. Hanno creduto bastasse non pubblicare le contro-verità, come quelle sull'11 settembre, per non farle esistere; per relegarle nel mondo dei «cospirazionisti» dei «fissati» senza potere che le diffondevano e precisavano sul web.
Mentana credeva bastasse organizzare linciaggi con invitati «autorevoli» (leggi ufficiosi, dei servizi USA) come Carlo Jean o «resi autorevoli» come  Magdi Allam o quel tal Attivissimo, per poter screditare le «tesi cospirazioniste» sempre più insistenti.
Gli altri  direttori dei quotidiani più o meno «mainstream» credevano bastasse pubblicare ogni tanto paginoni con titoli come «Basta coi complottisti», per renderli impresentabili.
Fidavano nella potenza del mezzo, schiacciante.
Non ci sono riusciti.
E questo li rende lividi, perché è un intero sistema di potere che vacilla, sono strategie occulte e malvagie che sono messe in pericolo.
E non solo in Italia, ma in tutto il mondo: a cominciare dagli USA.

La Spinelli lo riconosce: «Fu la blogosfera a raccogliere i documenti che certificavano l'enorme imbroglio concernente le armi di distruzione di massa di Saddam, e i legami di Saddam con Al Qaeda»; al contrario, i grandissimi media come il New York Times «hanno accettato la menzogna del potere politico», e per questo «di copie ne ha perse molte».
Come si vede, la fidanzata di Padoa Schioppa evita di rompere il tabù, di citare la menzogna centrale da cui nascono tutti gli effetti orrendamente «politici», su chi ha veramente fatto l'attentato dell'11 settembre: anche lei è ancora nel vecchio mondo, dato che oggi - grazie alla contro-informazione su internet - due terzi degli americani  chiedono una nuova inchiesta sul mega attentato.
Del resto, anche lei ha un'intuizione imperfetta del mutamento epocale: e difatti ancora invita a «non sottovalutare il pericolo Berlusconi».
Non ha capito che, di colpo, Berlusconi ha fatto il suo tempo.
Così come la Lega, Prodi, Diliberto, e tutti gli altri, compresi gli «alternativi autorizzati», le opposizioni di sua maestà.
Il fenomeno-Grillo (e internet), per esempio, ha rivelato come sia falsa e pretestuosa la funzione «critica» e pseudo-dirompente del partito radicale, la lotta per l'eutanasia, i matrimoni gay e la droga legale appaiono, di colpo, falsi scopi, un parlar d'altro per distrarci da problema politico più urgente e primario: gli abusi della Casta parassitaria, la torchia fiscale per pagare gli Airbus di Mastella e famiglia o la coca del senatore a vita Colombo.
La protesta della piazza-Grillo verte sul punto centrale ed autentico della democrazia: ricostituire lo Stato di diritto, l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
Di colpo, tutto il resto - anche la cosiddetta opposizione - appare «teatrino della politica».
E diventa chiaro il motivo per cui gli italiani «non si occupano di politica»: quello che li annoiava era il teatrino raccontato ogni giorno dai giornalisti parlamentari e no.
Della vera politica si interessano, eccome.
Anche troppo, per i gusti della Casta.

Sì, il TG3 ha parlato di Burlando, il presidente della Regione Liguria colto a guidare contromano: ma per 8 secondi, e dicendo che «gli sarà sospesa la patente per tre mesi».
Una pietosa mezza verità che è apparsa menzogna a tutti coloro che dal web già sapevano tutto (Burlando che esibisce il tesserino parlamentare scaduto, che non viene sottoposto al test alcoolico, cui non viene sequestrata l'auto), e che già avevano seppellito i siti dei «grandi giornali» con migliaia di mail furenti o irridenti.
E' vero che ancor peggio ha fatto Emilio Fede, che la notizia non l'ha nemmeno data.
Ma il cosiddetto «autorevole» e «serio» TG3  si è screditato da sé, senza nemmeno capirlo.
I grandi media (MSM, mainstream media, come li chiamano in America: i media che seguono la corrente del vasto conformismo) non riescono più a dettare al pubblico la gerarchia delle notizie. Prima, era «importante» ciò che mettevano in prima pagina (la solita politicuzza), e contava nulla ciò che finiva a pagina 32.
Prima, bastava che Il Corriere desse spazio all' «ultimo video di Bin Laden» per poter sperare di farlo credere vero.
Prima, la notizia che Repubblica o il TG1 non davano, non esisteva.
Oggi non ci riescono più.
Centinaia di migliaia di lettori sono meglio informati di loro, prima di loro, hanno già deriso il falso Osama e valutato il vero Mastella che vuole trasferire da Catanzaro i giudici che indagano su Prodi e la Compagnia delle Opere…
Come modesto giornalista volontario sul web, voglio ringraziare di tutto cuore Beppe Grillo.
Ho visto in TV la sua adunata a Bologna, e m'ha convinto, mi pare che non abbia sbagliato un colpo.
Ma non è solo questo: è che è riuscito a fare il miracolo che non è mai riuscito a tanti di noi della Rete: portare la protesta dalla piazza virtuale alla piazza reale, trasformare l'indignazione in manifestazione.
Guardate, questo fatto è epocale.


In America per esempio, dove pure i contro-informatori su internet sono tantissimi e bravissimi, non riescono a portare la gente in piazza.
Vero è che l'America è troppo vasta, e che là la polizia già tratta i pochi dimostranti col taser, la pistola elettrica.
In ogni caso, il fatto che la convocazione in piazza di Grillo sia riuscita, fa dell'Italia (non è la prima volta) il laboratorio politico europeo.
L'altra volta che l'Italia fu laboratorio politico, fu con Mussolini.
Ora c'è un comico, e il solito Scalfari grida che Grillo prepara il nuovo fascismo.
Ancora una volta, si spiega la novità inedita col passato, e questo oscura le analisi.
Ciampi chiede a Grillo di «fare un suo partito»: altro tentativo di ingabbiarlo in schemi scaduti.
Come dice la Spinelli, «difficile che Grillo imbocchi questa strada. La sua è l'ambizione di rappresentare nuovi poteri di controllo, di vigilanza e denuncia» che riempiono il vuoto di democrazia rappresentativa.
E' questa appunto la novità.
Internet come nuova agorà che giudica, come assemblea di cittadini che tengono d'occhio.
Grillo è un'incognita?
Forse.
Ma gli va riconosciuta almeno una dote insolita: la tenacia.
La sua crescita sulla rete è costata anni, anni di emarginazione, una traversata nel deserto.
A me pare che questa qualità sia «carattere», è una dote politica essenziale al confronto dei ridicoli ma non comici gioppini e marionette (Mastella pronto a passare al Polo, e Mortadella, e Berlusconi, Fassino…) che chiamiamo «politici».
Ora i «grandi giornali» che l'hanno censurato per anni ne parlano.
E «scoprono» i suoi supposti altarini.
Ha avuto un incidente d'auto con morti
Anni fa, ha colato a picco un suo yacht.
E' il 231mo contribuente italiano, prima di Barilla, dichiara più di 5 miliardi di lire.
Io dico: benissimo.
Vuol dire che non è un evasore, e paga un sacco di tasse.
Inoltre, nessuno può sfidare la Casta se non ha propri beni di fortuna, qui la battaglia è contro una oligarchia plutocratica.
I giornali dovrebbero chiedersi, se mai, perché Barilla sia, per il fisco, meno ricco di Grillo.
Andiamo avanti, è davvero una svolta.


Devo dire che l'aveva capito la vecchia volte ebraica, Rupert Murdoch.
Da anni avverte i suoi compari editori che la rete sta demolendo i media classici e la loro presunta autorevolezza.
L'ha fatto nel 2005 in modo molto esplicito (3): «Io sono cresciuto in un mondo informativo altamente centralizzato, dove le notizie erano strettamente controllate da pochi direttori, che ci dicevano cosa potevamo e dovevamo sapere. Le mie due figlie giovani, sono nate nel mondo digitale.
Noi che siamo in posizione di determinare come le informazioni vengono confezionate e diffuse, in questo mondo digitale siamo immigrati freschi. Ci dobbiamo 'sforzare' di applicare la mentalità digitale … dobbiamo capire che la prossima generazione, che ha accesso  alle notizie, siano dai giornali o da altra fonte, hanno un diverso criterio di aspettative sul tipo di informazione da cercare, e sul come le ottengono, e da chi
».
«Non s'affidano più a una figura divina di informatore; e per estendere l'immagine religiosa, non vogliono più le notizie presentate come vangelo. Anzi, vogliono le notizie a loro richiesta. Vogliono il controllo sui loro media, non esserne controllati».
E citava i sondaggi: «I consumatori (sic) fra i 18 e i 34 anni usano sempre più il web come mezzo di comunicazione per i loro consumi. … il 44% degli interrogati hanno detto di usare un portale almeno una volta al giorno per avere informazioni giornalistiche, contro solo un 19% che compra e legge ogni giorno un quotidiano. Ancor più sinistramente, una proiezione a tre anni mostra che ad usare internet per informarsi saranno il 39%, e quelli che si aspettano di comprare di più i giornali solo l'8%».
Murdoch diamone atto, non fa la solita lagna.
Non dice che quello di internet è un giornalismo «secondario» in quanto parassistario dei MSM. Non parla di complottisti marginali.
Non fa la lezione: notizie incontrollate e «non bilanciate» o «di parte», dove «i fatti non sono separati dalle opinioni».
Non dice: giornalismo di bassa qualità.
Forse perché sa cosa pensare della qualità dei media «autorevoli»: e basta leggere un pezzo di Magdi Allam, che costa a Il Corriere 22 mila euro mensili, per capirlo.
E basta considerare che il 98% delle notizie pubblicate dai grandi media sono prese pari pari da tre agenzie internazionali, senza alcun controllo delle fonti, a scatola chiusa.
Di parte, poi, lo sono tutti, e ancor più quelli che si danno l'aria di «oggettivi».
Già da come presentano i «fatti» si intuisce che ci mettono, surrettiziamente, la «opinione» autorizzata.
Vecchi trucchi che non incantano più.


La vera differenza è più cruciale: che internet è gratis, e che non ci si guadagna: né i giornalisti, né gli editori né la pubblicità.
Così accade già, in America, che bravi giornalisti professionali lavorano per i media mainstream per lo stipendio, poi tengono i blog dove si sfogano, e rivelano per niente quello che non hanno potuto dire nella sfera della libertà vigilata.
E allora, dove è più probabile trovare le notizie di cui fidarsi?
Là dove si scrive per carriera e stipendio, o dove si scrive per sfogarsi e liberarsi la coscienza, gratis?
Ciò nuocerà a noi giornalisti come casta pagata benino (o troppo bene, Allam), ma è un ritorno - tramite il mezzo elettronico - al giornalismo delle origini.
Quello che c'era prima che i giornali e le TV diventassero veicoli servili della pubblicità (il più sporco e irresponsabile dei poteri forti); quello di cui si ha un'idea quando si vede, in certi vecchi western, il direttore di giornalini che si chiamavano «Pomona Telegraph» o «Kentuky Current» che, con la visiera e le mezze maniche, non solo li scriveva, ma li stampava da solo alla vecchia macchina piana, aiutato da ragazzini che gli portavano le notizie e poi distribuivano il fogliaccio macchiato di inchiostro grasso.
Un giornalismo pieno di impurità, gridato, platealmente di parte, soggetto a querele, diffamatorio e ricattatorio: ma svolgeva la funzione che il giornalismo MSM non svolge più.
La funzione originaria, che giustifica il giornalismo: essere il modesto ausiliario della democrazia.
Era «di parte» perché questo serve agli elettori: in ogni questione politica, sentire «l'altra parte»,  cosa ha da obbiettare l'altra campana, e poi decidere col voto quale «parte» favorire, dato che le scelte politiche sono tutte discutibili, ognuna ha - oltre ai pro - anche dei contro, di cui è bene essere informati.
E non disturbava questa funzione essenziale il fatto che quel giornalismo fosse «esagerato», che fosse più alla Beppe Grillo che alla Angelo Panebianco o alla Paolo Mieli.
L'esagerazione serviva a sottolineare, era il suo stile.
Così in internet.
L'irriverenza, il tono incazzato, la selezione platealmente di parte sono il suo stile: il lettore si abitua a fare la tara, è bene che sia così.
Sono i siti compassati, ufficiali, ufficiosi, della Fiat o della Presidenza del Consiglio, a suscitare il sospetto.
Il lettore è autorizzato a sospettare di noi quando diverremo così.
E il sito di Grillo, se mai diverrà così, sarà abbandonato.


Ma per intanto anche noi, nel nostro piccolo, siamo qui con le mezze maniche nere, e il portacenere pieno di cicche (nelle redazioni MSM è vietato fumare) a lavorare gratis.
E se siamo grati a Grillo e lo diciamo, non è perché lui poi ci darà una mazzetta o una inserzione pubblicitaria.
Non è una garanzia?
Stiamo lavorando anche per i bravi giornalisti che sono nei grandi media.
La rete ha dato coraggio a Dan Rather: «Qualcuno doveva pur alzarsi a dire che la democrazia non sopravvive con questa interferenza delle corporations e del governo».

Maurizio Blondet

 

 




Note
1)
Samantha Gross, «Rather: government influencing newsroom», Associated Press,  21 settembre 2007.
2) Viacom è la terza multinazionale dei media nel mondo, con fatturato superiore a 10 miliardi di dollari. Produce i programmi TV per i tre più grandi network americani, e possiede 12 TV e 12 radio, via cavo e via satellite, fra cui MTV, Showtime e Nickelodeon che influenzano i giovanissimi in tutto il mondo. E' padrona della Paramount, di Blockbuster, di varie editrici  librarie di prima grandezza, come  Simon & Schuster, Prentice Hall e Pocket Books.
3) «Speech by Rupert Murdoch to the American Society of newspaper editors», News Corporation, 13 aprile 2005.


Copyright © - EFFEDIEFFE - all rights reserved

 

 

 

 

 

 

 

 

CAGLIARI/ ALLARME NUOVE POVERTA'

Anziano ruba per fame Scoperto, piange

Con la sua magra pensione da artigiano non arriva a fine mese e così ha vinto la vergogna e ha nascosto il 'bottino' - un pacco di pasta e del formaggio - tra la maglia e i pantaloni. Ma proprio davanti alla cassa gli sono caduti i due pacchi. Aperta una gara di solidarietà

CAGLIARI, 25 settembre 2007 - Vedovo, solo, con la magra pensione da artigiano. Come può un uomo anziano arrivare a fine mese in queste condizioni? Solo in un modo: rubando. Rubando per fame.

E la fame è stata più forte della vergogna per il signor Paolo - il nome è di fantasia - che per poter tirare avanti un altro giorno ieri si è abbassato a sgraffignare un pacco di pasta e un pezzo di formaggio. Non c'era abituato, è evidente: ha nascosto i viveri tra i pantaloni e la maglia, ma era impacciato, camminava rigido.

Anziano caldoE insomma, arrivato alla cassa del piccolo negozio di generi alimentari, la pasta e il formaggio gli sono caduti in terra, svelando il suo "reato". Per fortuna il negoziante, impietosito, non lo ha denunciato: anzi ha dato vita a una colletta fra gli abitanti del quartiere. ''Il pacco di pasta gli e' caduto per terra proprio davanti alla cassa - racconta il commerciante - Lui mi ha guardato e si e' messo a piangere. E' sempre stato un buon cliente, mi ha detto che non lo aveva mai fatto ma e' stato costretto a rubare per fame. Mi ha spiegato tutto e se lo avessi saputo prima avremmo fatto qualcosa''.


E  sono stati in molti gli abitanti del quartiere che - di fronte alla notizia - hanno deciso di dar vita a una gara di solidarietà: d'ora in poi al pensionato non manchera' il cibo.

 

 

 

L'attesa infinita

Il governo Berlusconi decise che le Poste italiane avrebbero gestito la burocrazia dei permessi di soggiorno. I risultati fanno pensare a Kafka, scrive Carmen Córdoba.

L'espressione "extracomunitario", termine squisitamente tecnico che vuole solo indicare la non appartenenza all'Unione europea, in Italia ha stranamente assunto un significato peggiorativo.

E il culmine di questa condizione di non appartenenza (escludendo le persone che vengono da paesi ricchi come gli Stati Uniti che, beate loro, sono meno "extra") si raggiunge quando si tratta di ottenere o di rinnovare il permesso di soggiorno. Operazione che, dal dicembre del 2006, è diventata una cosa da operetta.

Il principio di tutto è una fantasiosa operazione, lasciata in eredità dal governo Berlusconi all'attuale esecutivo che, a sua volta, non è stato in grado di rimediare.

Da dicembre le Poste italiane sono diventate, con un affare da milioni di euro, le signore incontrastate dei permessi di soggiorno. Sono loro che stampano i moduli, che smistano tutta la nostra documentazione, che la fanno arrivare alle questure e che intascano i 77,50 euro necessari per l'operazione.

Prima il costo complessivo era di poco meno di 14 euro. Se io potessi, con la stessa facilità, moltiplicare per sei il mio stipendio, forse a quest'ora sarei ai Caraibi a mangiar pesce e a prendere il sole.

Facendo una riflessione tutta teorica e prendendo come base l'impennata del prezzo del kit, l'inflazione dovrebbe essere al 7 per cento e una famiglia di quattro persone ­nell'ultimo anno avrebbe dovuto guadagnare tra i cinque e i settemila euro in più.

La corsa a ostacoli comincia con il kit da comprare nelle sedi autorizzate delle Poste italiane, che contiene i moduli e che, se trovato al primo colpo, può far recuperare la fede al più disincantato dei miscredenti. L'esperienza dimostra, invece, che è merce rara: è così prezioso che ci sono voci sull'esistenza di un mercato nero dei kit, venduti anche a 200 euro.

Per fortuna è entrato in azione l'ufficio accreditamento per giornalisti stranieri al ministero degli esteri che, con diligenza ed efficienza, ha scovato dei kit e ha presentato un corso avanzato dal titolo: "Come compilare un modulo senza rischiare un esaurimento nervoso". Mi domando se non sia nata una nuova professione e, in questo caso, se non si debba indire un bando per decidere come chiamarla.

Sbrigata la pratica comincio ad aspettare il mio documento. Povera me. Il sistema è bloccato: non va né avanti né indietro. Anche in questo caso la Farnesina offre il suo aiuto: ottiene che ai giornalisti sia concesso un surrogato valido tre mesi per chi è costretto a viaggiare per lavoro. Per averlo ci vuole un'altra marca da bollo (più tempo e più soldi), altre fotografie (più tempo e più soldi) e un'altra trasferta (più tempo) negli uffici della questura di via Teofilo Patini, a Roma.

Fatto sta che vedo passare inesorabilmente i tre mesi e comincio ad agitarmi. In effetti, dall'ufficio accrediti mi chiamano per avvertirmi che ci sarà un altro permesso provvisorio, questa volta di sei mesi. Quindi un'altra marca da bollo, altre fotografie e un'altra trasferta alla questura in via Teofilo Patini. Ogni volta che ci vado vorrei non pensare a Kafka: è così scontato. Ma fateci un giro voi e ditemi se non è inevitabile.

A questo punto mi chiedo di chi è la responsabilità di questo caos? Del governo Berlusconi? Delle Poste italiane che hanno sottovalutato l'impegno? Della questura che dovrebbe lavorare a ritmo serrato per sbrigare le pratiche e non lo fa?

Speriamo che l'originale, vista la fatica e i soldi che costa, non veda la luce solo il tempo necessario per il suo rinnovo. Certo, quando finalmente l'avrò tra le mani, mi verrà voglia di incorniciarlo. Ma non potrò: come farei senza permesso di soggiorno?



L'autrice di questo articolo

Carmen Córdoba è corrispondente del settimanale colombiano Semana. Nata a Medellín, è a Roma dal 1996. Per scrivere ai giornalisti stranieri: corrispondente@internazionale.it

 

 

 

In Pensione Dopo un Giorno

 

In pensione dopo un giorno. Ci sono quattro ex parlamentari della Repubblica Italiana che ricevono dalle casse di Camera e Senato un assegno di 1.733 euro netti mensili, il cosiddetto vitalizio, che continueranno a ricevere finchè resteranno in vita per aver lavorato un solo giorno. Anzi, forse un solo minuto. Tutti e quattro. Angelo Pezzana, Piero Craveri, Luca Boneschi e Renèe Andreani hanno conquistato la loro pensione semplicemente correndo nelle elezioni 1987 nelle liste radicali e dimettendosi il giorno stesso della loro proclamazione. L'unica cosa che hanno fatto è stata recarsi in tre a Montecitorio e uno a Palazzo Madama il primo giorno di scuola. Hanno preso la parola e annunciato le dimissioni. Ottenendo il vitalizio (Da un articolo di Franco Bechis da Italia Oggi 27 settembre 2007)