Dopo Mortadella, il Salame?
 
 
 

La battuta non è mia; la devo a Marco Silvestri, nostro lettore e amico da Pechino.
Essa colpisce nel segno: tra gli italiani che detestano Prodi, la prospettiva di un governo del Cavaliere-bis non suscita entusiasmi frenetici, anzi.
In un simile governo ci ritroveremo Mastella ministro di qualcosa: dunque qui nessun cambiamento, non ci abbiamo guadagnato niente.
Riavremo Cuffaro, stavolta al Senato (gliel’ha promesso Casini, come compenso: Cuffaro ha fatto crescere l’UDC in Sicilia al 18%, possiamo intuire come).
Emilio Fede resterà «on air» senza decoder, il che è una disgrazia  in se stessa.
Avremo la Brambilla a mostrare l’inguine, capessa del partito-aborto che il Cav s’era immaginato. Riavremo Fini che farà le scarpe all’unico competente della compagnia, Giulio Tremonti.
Riavremo i soliti litigi della cosiddetta coalizione della libertà, le solite sparate da alcoolista anonimo del super-leghista, la stessa ingovernabilità di sempre.
Lo stesso governo semi-democristiano, che è tutto quello che Berlusconi sa fare.


Programma?
Nessuno.
Si sente parlare di Ponte sullo stretto, cose simili.
E che dicono sulle tasse, la disoccupazione, l’economia strangolata dalla recessione globale, i debiti delle famiglie, il costo del lavoro altissimo con paghe bassissime, insomma dei problemi che la gente si aspetta siano affrontati da un governo?
Nulla.
Eppure il programma c’è, ed è stato scritto dagli italiani coi referendum del ‘93.
Allora, il popolo sovrano votò per il sistema maggioritario, a maggioranza schiacciante - 82,7%, dunque senza distinzione tra italiani di destra o di sinistra, ed ebbe il Mattarellum (un trucchetto per lasciar vivere i partiti ex-DC) e poi giù giù fino al Calderolum, detto «la porcata», proporzionale demenziale a cui dobbiamo la proliferazione di partiti di famiglia e di single, e il trionfo del Mastellismo in un solo paese (Ceppaloni).


Il popolo sovrano votò per la responsabilità civile dei magistrati, che pagassero per i loro errori e le loro incurie insensibili alle sofferenze umane che provocano.
La separazione delle carriere fra accusatori e giudicanti veniva come conseguenza: nulla è stato fatto.
Il popolo sovrano votò contro il finanziamento pubblico ai partiti (90,3%), per l’abrogazione delle nomine nella banche pubbliche, per ridimensionare il potere dei sindacati, per abolire le Partecipazioni statali e il ministero del Turismo-spettacolo…
Nell’insieme, quei referendum dicevano che la volontà popolare aveva visto giusto: bisognava ridurre la spesa pubblica e i privilegi della Casta.


Nel ‘94 Berlusconi, portato al governo con un’alluvione di voti, maggioranza mai vista nella storia, poteva dichiarare: eseguirò il programma che il popolo ha dettato.
Lo farò con tutta l’energia e la durezza necessaria (ci vuole, per liberarsi della Casta), perché forte di due potenti legittimità: la volontà popolare espressa nei referendum, e il voto popolare.
Il Cavaliere che fece?
Partecipò a vertici internazionali allo scopo di fare le corna nelle foto-ricordo.
Cercò di salvare Previti dalla magistratura (senza riuscirci).
Mandò via Tremonti perché lo voleva Fini.
Ha accentuato la spesa regionale incontrollata, nel Sud appaltata alle mafie, in Lombardia a CL, in Centro-Italia alla cosca COOP rosse.
Invitò l’«amico Putin» nelle villone sarde.
Telefonò per raccomandare veline o farsele portare a letto.


No, non è bello, quando si è anti-sinistra, anti-Visco e anti-Padoa Schioppa, pensare di essere rappresentati da un simile Salame.
Perché questo è purtroppo il segno di Berlusconi in politica.
Il suo peggior difetto.
Non dico che non abbia pelo sullo stomaco, scaltrezza e assenza di scrupoli, che non sia disonesto.
Dico che nel panorama italiano la disonestà è la norma.
Quel che conta, in politica (che non è la morale) è «a che scopo» si fanno cose discutibili e persino illegali.
Per salvare Emilio Fede dal decoder, e Previti dalla galera, è un po’ poco.
Dico che in confronto a Prodi, D’Alema, Violante, Berlusconi è un Cappuccetto Rosso.
Non ha imparato niente nemmeno da Mortadella, quello sì, il vero esperto del potere.


In questi mesi, zitto zitto e senza che la cosa andasse troppo sui giornali, che cosa ha fatto?
Le nomine.
Ha messo amici suoi ex dipendenti della sua Nomisma e complici-clienti su alcune decine di poltrone che contano nel sottogoverno, negli «enti tecnici», nei centri di clientele e di distribuzione di favori.
Il Salame, dall’opposizione, avrebbe potuto obbiettare almeno una volta, fare almeno una battaglia contro qualche nomina prodiana.
Perché non l’ha fatto?


Qualche lettore ha persino insinuato che Berlusconi sia stato complice del sistema-Prodi.
Io ritengo che la spiegazione sia: perché è un Salame.
Un brianzolo euforico, che non è cresciuto più in alto di Edilnord e di Mediaset.
Sono sicuro che di quelle nomine prodiane non ha mai nemmeno sentito parlare: il che non è strano, se si pensa che - con ogni evidenza - si fa informare dal TG5 e da Emilio Fede, che nel suo telegiornale parla solo di tre argomenti: «Sta arrivando il grande freddo».
«In arrivo l’influenza, copritevi» (intervista al dottore).
«Ecco la bella velina che legge le previsioni del tempo, in modo che io possa palparla un po’».


Ora, un uomo politicamente ambizioso non può avere come amico Emilio Fede, un leccaculo oltretutto mezzo-democristiano.
Finisce che si fa fregare da Prodi.
Il quale lo sta ancora fregando, sotto il suo naso.
In queste settimane di «amministrazione corrente», lo scaltro Mortadella - come pelo sullo stomaco, il cavalier Salame è al confronto un neonato - sta sparando nuove nomine, se nessuno lo ferma.
Oscar Giannino ha fatto un elenco delle poltrone a cui Prodi potrebbe mettere i suoi:
ENI - pseudo-privatizzata, ma controllata dallo Stato (ministero Finanze, Padoa Schioppa), capitale 87 miliardi di euro.
Un prodiano a quella poltrona dà a Mortadella il modo di controllare la politica energetica del Paese, anche se Salame va al governo.
ENEL - Anche questa privatizzata-statale (l’azionista è lo Stato, attraverso vari ministeri), con 44 e passa miliardi di capitale.
Tirrenia - Controllata al 100 % da Fintecna, a sua volta controllata al 100% dallo Stato.
La Tirrenia, dice Giannino, «è stata cocciutamente impedita da CGIL e Rifondazione di quotarsi in Borsa, dove avrebbe potuto reperire le risorse necessarie alla difesa del suo status di gigante mondiale della cantieristica da crociera».
Insomma i sindacal-comunisti vogliono Tirrenia piccola e in asfissia, ma «roba loro».
Finmeccanica, controllata dallo Stato al 34%, 8 e passa miliardi di euro di capitale.
Poste italiane - «privata di Stato» al 65%, immensa greppia clientelare, inefficientemente lanciatasi nel «management di mercato», ma capace potenzialmente di diventare una grande banca oppure «l’attore nazionale, che continua a mancare, della logistica» (Giannino).
RAI - Controllata al 99% dal ministero delle Finanze.
Di questa il Salame si occuperà, perché è il suo campo (così crede), ma solo per lasciarla com’è, un disastro, onde non faccia concorrenza a Mediaset.
In ogni caso, Prodi ci metterà ai vertici un amico suo, e poi sarà dura sloggiarlo: le sinistre e i loro media accuseranno il Salame (giustamente perfino) di conflitto d’interesse.
E mica si tratta solo di vertici.


Ciascuna di queste società controlla decine, «a volte centinaia di altre società, joint-ventures, in Italia e all’estero».
Nel complesso, sono in ballo un migliaio di nomine.
Se Prodi riesce a farle, crea una nuova IRI «privata» e controllata da lui attraverso Nomisma & Co. Un capitale complessivo di 200 miliardi di euro.
Si tenga conto del fatto che attraverso Prodi e Draghi, alla fin dei conti a controllare quel nerbo colossale - tutto quel che resta «dei grandi gruppi italiani» nelle graduatorie internazionali - sarà Goldman Sachs, di cui i due sono dipendenti distaccati.
Si tenga conto che questi gruppi costituiscono «un blocco di potere economico, finanziario, occupazionale» (clientelare) tanto rilevante da contare per un terzo dell’intero valore della Borsa italiana.
Ma soprattutto il futuro governante cavalier Salame dovrebbe tenere presente questo: che senza il controllo di quelle società ed entità, non riuscirà a governare.
Quelli sono organi tecnici essenziali, senza disporre dei quali si possono fare manfrine e teatrini, ma non amministrare.
Il «governo» non consiste nei ministeri, ma nel mettere sotto controllo dei ministeri queste entità essenziali e necessarie.
Qui si vede la differenza fra Prodi e il Cavaliere.


Non mi scrivano i lettori ingenui, dell’onestà dell’uno e della disonestà dell’altro, non facciano la morale che in politica - specie la nostra - non conta niente.
Sono disposto solo a riconoscere questo: che il disonesto Prodi usa la sua disonestà con scaltrezza, e con la competenza che ha acquisito come manovratore semi-secolare dell’IRI.
Che lui, sì, ha un progetto: costituirsi un blocco di potere personale e di rete tale, da farlo «governare» anche se non lo vota nessuno, sotto la coperta della democrazia, nel sottogoverno. Prodi ha realizzato un golpe tale, che il Salame non riesce nemmeno a immaginare.
Lo userà come?
Per Goldman Sachs?
Per fare le scarpe a Veltroni?
O a Berlusconi?
A tutt’e due?
Per tornare al potere domani?
Per gestirlo dietro le quinte?


In ogni caso, non nell’interesse di noi italiani.
Il Salame, ne sono convinto, non ha la competenza né l’intelligenza per affrontare questi temi, e nemmeno ha le cosiddette «palle».
Il carattere, non ce l’ha.
Per questo vuol piacere sempre a tutti.
Per questo si circonda di leccapiedi che lo adulano, da lui pagati: perché non è sicuro, anzi ha il vago sospetto di essere un Salame, e si deve sentir ripetere che non lo è.


Quasi a post-scriptum.
Un esempio di come la sinistra ha governato: un’assurda tassa di Visco è l’IRES, che colpisce più esosamente le aziende che hanno oneri finanziari (debiti con le banche usuraie) superiori del 30% del margine operativo.
Ovviamente, saranno colpite a morte due tipi di imprese: quelle già in difficoltà, magari marginali, che la tassa porterà al fallimento - distruggendo posti di lavoro che comunque si auto-mantenevano, e che diverranno dipendenti dalla pubblica carità.
Colpirà ancor più crudelmente le imprese nuove e in crescita: sono queste che si indebitano molto, proprio perché sono sane e neonate.
Visco le punisce perché investono troppo a credito.
Una tassa sull’indebitamento anziché sui profitti: incredibile, no?
Ma perché fa questo, Visco?
Perché distrugge l’economia reale e privata?
Credete forse che sia anche lui un Salame?


Grave errore: Visco è una bestia, ma sta attuando il suo programma.
Il programma comunista nel vero senso della parola: «sterminare i kulaki», ossia le imprese piccole e private di successo, onde ridurci tutti a dipendenti dello Stato.
Obbligati, magari, a chiedere un salario bussando a Poste Italiane, Tirrenia o ENI.
Ossia alla rete di potere di Prodi.
Meno privato c’è in Italia - a prezzo di miseria non importa - più potere ha il blocco di potere che si chiama sinistra.
Ossia la Casta con le sue varie cosche, fancazzisti a posto fisso, magistrati impuniti, Mastella & Famiglia, clientele parassiti eccetera.
Ecco, già saremmo contenti che il Cav parlasse, una volta sola, dell’IRES.
Che mostrasse una qualche competenza, quando parla di «comunisti», tanto da rivelare quel che i comunisti fanno a nostre spese di contribuenti.
Sappiamo già che non lo farà.
Il che ci vieta di rallegrarci della caduta di Mortadella.


Concludo: in politica, la stupidità è peggio di un delitto.
«C’est pis q’un crime, c’est une betise», disse Talleyrand.
Questo è il vero tradimento: prendere i voti degli elettori, e poi tradirli per stupidità e pochezza.
Ora, minaccia la piazza se non ci danno il voto subito.
Con ciò, è solo è riuscito a farsi trattare, dalla sinistra, come il nuovo Mussolini, ha dato armi alla loro propaganda.
La marcia su Roma del cavalier Salame.
Che tristezza.

Maurizio Blondet

 
 
 
TERMOVALORIZZIAMOCI
 
"Il vocabolario B consisteva di parole create deliberatamente per scopi politici, vale a
dire parole che non solo avevano sempre un significato politico, ma erano precisamente intese a imporre un atteggiamento mentale, in una direzione desiderata, nella persona che ne faceva uso […] Le parole B erano sempre parole composte. Consistevano in due o più parole, ovvero porzioni di parole, combinate assieme in una forma che fosse di semplice pronuncia. L'amalgama che ne risultava era sempre un sostantivo+verbo, e si coniugava secondo le regole ordinarie […] Nessuna parola del vocabolario B era ideologicamente neutra. Gran parte erano eufemismi. Parole, ad esempio, come svagocampo (campo per i lavori forzati) o Minipax (Ministero della Pace, e cioè Ministero della Guerra) significavano quasi puntualmente l'opposto di quel che sembravano in un primo momento."
- "I principi della neolingua", Appendice a 1984 di George Orwell

Gli eufemismi ammazzano la gente, ammazzano tua madre, annientano tuo figlio, divorano adulti e bambini. Gli eufemismi raschiano l'interno di esofago e polmoni. Gli eufemismi sono cancro, buttano metastasi come ragnatele, catturano le parole, strangolano l'intelligenza finché non ti fanno morire. Letteralmente, morire.
Endlosung, "soluzione finale", fu il capolavoro tra gli eufemismi. Col tempo ha perso l'intonaco di pudicizia e ipocrisia, e si è fuso alla realtà abietta che intendeva mascherare. Gli eufemismi funzionano sul breve-medio periodo, poi cessano di essere tali. A distanza di pochi anni, nessuno usa più l'espressione "guerra umanitaria", nessuno vanta più "bombardamenti chirurgici" a colpi di "bombe intelligenti", anche "danni collaterali" è caduto in disuso. Quelle espressioni hanno ormai l'accezione negativa che erano nate per evitare.
"Termovalorizzatore" al posto di "inceneritore". Coniando il nuovo termine, si è spostato l'accento da quello che certamente rimane (residuo tossico: 1/5 di scorie, senza contare i fumi prodotti dalla combustione) a quello che presuntamente si produce (un valore, energia, vantaggio economico). Chi dice "No al termovalorizzatore!" ha già perso, perché ha accettato l'eufemismo, il frame. Discute sul terreno dell'avversario, e in apparenza si oppone a un valore, a qualcosa di "buono".
"I termovalorizzatori sono la soluzione": lo ripetono, lo cantano in coro, martellano, rintronano, tutti d'accordo erigono la grande muraglia del conformismo sul tema dei rifiuti. Tutte concordi, le voci ufficiali. Chissà perché, al dunque, le popolazioni non ascoltano, non obbediscono.
Inceneritori. Processo fondato su un principio obsoleto, di quando c'erano i miniassegni e Bill Gates era povero. Tecnologia vecchia come i neuroni di questa nazione, vecchia ma col muso impiastricciato di cerone, come i grugni della casta e dell'orribile classe intellettuale italiana.
Tecnologia vecchia fa buon brodo. E allergie, malattie respiratorie, tumori. Costi sociali. Spese sanitarie che schizzano alle stelle. Macchina energivora, ruota del karma di circoli viziosi, che deve funzionare sempre, senza sosta, ed esistendo incentiva a produrre rifiuti. La spazzatura diviene il mezzo, l'inceneritore il fine.
Esistono alternative. Concrete. Praticabili. Praticate (altrove). Pochi ne parlano [ *].
Nemmeno queste, tuttavia, sono la endlosung del problema-pattume.
La "soluzione finale" sarebbe, semplicemente, produrre meno rifiuti. Produrre meno stronzate usa-e-getta. Produrre meno, usare di più. Lo abbiamo già scritto: link non c'è un modo "giusto" di produrre oggetti inutili.
Il problema siamo noi, non i rifiuti. Il problema siamo noi, non la camorra. O meglio: la camorra siamo noi. I discorsi sulle ecomafie sono veri e necessari, ma possono trasformarsi in diversivo. Tutti noi siamo "ecomafiosi", chi più chi meno. E' il nostro stile di vita a essere "ecomafioso", è il consumo fine a se stesso ad essere ecomafiogeno. Non c'è camorra che possa smaltire o sversare illegalmente rifiuti che non vengono prodotti, ma noi li produciamo, li produciamo eccome, e sempre di più. In Italia, +20% di rifiuti urbani per abitante dal 2003 al 2005.
E così ci ritroviamo con più packaging e pacchetti, ci ritroviamo con più sacchetti, con più imballaggio, più scatolame e barattolame e bidoname e fustiname, più flaconeria, sifoneria, tubetteria, più gadget insensati, più telefonini, videofonini, tivù-fonini da cambiare ogni sei mesi, più instant-libri di comici che invecchiano dopo un mese e non facevano ridere nemmeno da attuali, più kleenex tovagliolini salviettine fazzolettini (usa il fazzoletto di cotone, porcozzìo!), più buchette della posta intasate da decine di dépliants giganteschi di ipermercati, più bottiglie e bottiglioni d'acqua minerale anche dove l'acquedotto fa i miracoli e i rubinetti colano oro, "Sì, ma quella che compro è iposodica!", già, e mezz'ora dopo bevi il ghètoreid, o l'ènergheid, o il pàuereid, perché sei un mèntecheit!
Tutto torna, quel che semini raccogli. Consuma, sperpera, spreca, logora, getta via. La tua merda polimerica brucerà (o meglio: sarà "termovalorizzata"), i tuoi cari (o i cari di qualcuno) inaleranno, metastasi, metastasi, metastasi, tumore.
Termovalorizziamoci, giochiamo con le parole, questa è la strada, la via del futuro che abbiamo alle spalle.
Oppure c'è un altro modo: termovalorizzare chi ci governa, ci ipnotizza, ci sfrutta, ci compra e ci rivende, ci consuma.


ALCUNI LINK (TRA I TANTI POSSIBILI)

link(*) Greenpeace UK, "Gestione a freddo dei rifiuti. Lo stato dell'arte delle alternative all'incenerimento per la parte residua dei rifiuti municipali", 2003, traduzione italiana del 2005. PDF, 716k.
link Greenpeace a la gestione dei rifiuti urbani. Dossier sulla situazione italiana, luglio 2007. PDF, 101k.
link Medicina Democratica et al., Relazione tecnica contro l'inceneritore a Ferrara, luglio 2007. PDF, 293k.
link Fabio Matteo, Dialettica dei rifiuti, nazioneindiana.com, 6 gennaio 2008
link www.inceneritori.org (c'è anche una devastante confutazione di Veronesi e Foà)

 

 
 
 
 
Pecoraro Scanio, il «signor no» ora ha detto sì anche all'esercito

Retromarcia verde dopo gli alt a Ogm, Tav, discariche e alberi di Natale

 

Dal Corriere della Sera  Servizio di Aldo Cazzullo

 

ROMA, 9 GENNAIO    «Muoveremo l'esercito!». Il ministro Alfonso Pecoraro Scanio sorrideva felice con i collaboratori, l'altra sera, alla fine di Porta a Porta : «Allora, come sono andato? ». «Inguardabile» scrive sul suo blog Peppino Caldarola, ex direttore dell'Unità; «al confronto, Bobo Maroni pareva Churchill». Per un giorno, l'opposizione si ricompatta. L'Udc parla di «deprimente performance»; Forza Italia di «eroe della sceneggiata napoletana », «figura pietosa», «recita indecorosa ». Cicchitto lo sopravvaluta: «Pecoraro è un pericolo per l'Italia». Casini lo sfida «a un confronto pubblico, preferibilmente a Napoli». Lo criticano Di Pietro e Europa, il giornale della Margherita. Caldarola, implacabile: «Non riesce a prendere sul serio neppure le tragedie. E' ilare. Come quelli che si danno di gomito e ridono ai funerali». In effetti, Pecoraro fu fotografato sorridente in chiesa, nel maggio 2006, al funerale di tre caduti a Nassiriya. Una specie di maledizione. Mentre, la notte del 23 settembre scorso, a New York Prodi e D'Alema concordavano il blitz per liberare gli agenti segreti in mano ai talebani, nello stesso grattacielo lui veniva beccato dall'inviato del Corriere Maurizio Caprara «in uscita dal 27˚ piano dell'hotel Millenium, dove c'è una cinematografica piscina sospesa tra le luci della Grande Mela».

Anche in occasione dell'emergenza rifiuti, il ministro dell'Ambiente è stato sfortunato . Un capro espiatorio. «Iniziamo a smaltire questi due» titola Il Giornale sopra la foto di Bassolino in giacca e cravatta e di Pecoraro descamisado. Ma, se il governatore ha forse responsabilità più gravi, la sua caduta ha un'aura di grandezza, viene ricondotta al filone delle tragedie napoletane, è raccontata come un Rinascimento tradito; Pecoraro viene liquidato, certo ingiustamente, come un epigono minore di Mario Merola. Un poco è anche colpa sua. L'uomo che ora vuol muovere l'esercito, sino a poco fa capeggiava o difendeva le truppe avverse. «Insieme ci siamo battuti come leoni» si inteneriva Tommaso Sodano, battagliero parlamentare di Rifondazione. No agli inceneritori. No al decreto del governo per istituire quattro nuove discariche. No in particolare alla discarica di Serre («ma era vicina a un'oasi del Wwf! E poi ho trovato un'alternativa, a Macchia Soprana! » si difende Pecoraro). No alle cariche per liberare i blocchi stradali (era il maggio 2007: «Amato sbaglia, si torni al dialogo»). E poi: no al vertice Nato a Napoli. No al fumo nei parchi napoletani, se nel raggio visuale del fumatore compaiono bambini o donne incinte (non sarà eccessivo in una città avvelenata dall'immondizia? «Macché; il divieto coniuga ambiente e tutela della salute »). Ancora: no agli ogm. No all'intervento italiano in Afghanistan nel 2001. No ovviamente al ponte sullo Stretto e al tunnel della Valsusa. Ma no pure alla pesca del tonno rosso e all'albero di Natale («basta tagliare abeti; meglio quelli sintetici, oppure il presepe. Napoletano»). «Bello, moro e dice sempre no» titolò La Stampa. Eppure di sì ne ha detti molti. Sì alla nomina a «patrono del pesce azzurro» del neomelodico Gigi D'Alessio, e a subcomissario per i rifiuti di Claudio De Biasio, prontamente arrestato («veramente mi ero limitato a inserirlo in una rosa di nomi...»). In Parlamento si è battuto per la creazione del museo del mandolino, di una lotteria da abbinare al festival di Sorrento, di una cattedra di agraria a Cassino.

E poi per il contratto degli operatori shiatsu, in difesa dei pit-bull, contro la sparizione dei gelati Algida nel Napoletano, «forse a opera della camorra». Suggerì di adottare in blocco le pecore sarde e di proclamare la pizza «patrimonio dell'umanità». «Sono ecologista fin dal liceo classico - spiegò - . Se si fa il bagno a via Caracciolo è merito nostro! E siamo stati noi, attraverso il ministro verde Gilberto Gil, a ottenere che il Brasile votasse in favore dei grandi cetacei!». Contestato è invece il noto episodio della visita da ministro dell'Agricoltura alla fattoria modello: «Che bella mucca!». Era un toro. Lui però nega: «Non è vero. E poi uno mica si china a controllare...». La grande fama venne con il coming- out, provocato da un memorabile corteo pre-Gay Pride sotto il ministero («Pecoraro vieni giù/ che sei frocio pure tu»). Lui la prese bene, e ammise la sua bisessualità. «Sono quelle cose che si dicevano a sedici anni, così, per fiutare un po' l'aria» scosse il capo Nichi Vendola. Poi Pecoraro precisò: «Sono un uomo mediterraneo che sente in sé la tradizione greco-romana». Infine, a Vanity Fair: «Da quando sono uscito allo scoperto, con le donne acchiappo di più». Marina Ripa di Meana assentì: «Aspetto epico da ragazzo di vita pasoliniano; riccetti neri, occhi malandrini, parola abrasiva; dopo mezz'ora, il più delle volte si è diventati amiconi di Pecoraro Scanio». Ha cantato a Sanremo, ballato a Furore, fatto un coro con Alessandra Mussolini da Costanzo. Si è anche esibito con Aida Yespica al Bagaglino; come quasi tutti i politici, però. Originale fu invece la torta per il compleanno di Tangentopoli, offerta davanti a Montecitorio con al posto della ciliegina un paio di manette; seguì festa al Gilda on the Beach, con Pecoraro che saliva su un cammello incitando: «Ad Hammamet!». Suo il primato di dichiarazioni all'Ansa: 2627, come da complesso calcolo aggiornato a tre anni fa. Nella classifica di Porta a Porta, invece, è secondo: con oltre cinquanta apparizioni, tallona Bertinotti. «E' che io funziono si è schermito lui - . Dicono che sia vanitoso; è vero, ma a modo mio. La mia vanità non è nell'apparire; è nel persuadere. Conquistare le anime e le intelligenze, vedere l'interlocutore battuto, l'ascoltatore sedotto: ecco la mia vanità». «Il fatto è - tagliò corto Vespa - che mentre altri fanno i difficili, ogni volta che invito Pecoraro, lui viene sempre». Nel «salotto» di Vespa Il governatore della Campania Bassolino e il ministro dell'Ambiente Pecoraro Scanio a «Porta a Porta»

 

Aldo Cazzullo

 

 

 

 

 

Chiusa Taverna del Re, caccia disperata ai siti. Nasce un «comitato di salute pubblica» parlamentari-enti locali


CHIARA GRAZIANI L’estenuante conto alla rovescia prima del disfacimento finale del sistema industriale di smaltimento rifiuti, ha ripreso a scorrere. I cinque impianti campani, ingolfati dalla loro stessa produzione di immondizia compattata, avevano guadagnato altri tre giorni di autosufficienza prima del collasso, grazie ad un’operazione di pulitura strordinaria della quale aveva fatto le spese il già oberatissimo sito di Taverna del Re, a Giugliano, riaperto fra proteste popolari e di nuovo inondato per sei giorni di balle di spazzatura. Tre giorni di autonomia. Un piccolo capitale di tempo che, da ieri alle 18, riaccensione dopo la feste, i cinque impianti su sette ancora in grado di funzionare, hanno cominciato di nuovo a sperperare. Taverna del Re, sito martire per conto di tutta la regione, ha chiuso il 31 dicembre alle 14. Ora l’immondizia ridotta in balle non ha casa, torna ad ingolfare le piazzole esterne, presto tracimerà all’interno e, in assenza di altre soluzioni, potrebbe di nuovo strangolare gli impianti. Caivano, il gigante della filiera, addirittura non avrebbe che 24 ore di attività davanti. Minacciosa prospettiva per Napoli che da Caivano dipende. Caserta, poi, è allo sbando: il suo impianto è fermo da 13 giorni e non ha discarica. Infine la discarica regionale di Serre, Salerno, annaspa mentre le ruspe si affannano attorno a vasche non abbastanza capienti. «L’emergenza non l’abbiamo neppure scalfita» sbotta Tommaso Sodano, presidente della commissione Ambiente del Senato che, all’ultimo vertice da commissario all’emergenza rifiuti del prefetto Alessandro Pansa, la sera del 31 dicembre, ha calato la carta istituzionale. Un comitato di salute pubblica, ha proposto. Con tutte le istituzioni, governo, parlamento, Regione e Comuni. Missione, scrivere un piano di uscita da una situazione diabolicamente complessa, provincia per provincia. «Con regole scritte prima - aggiunge Sodano - affinchè nessuno si metta per traverso e le proposte seguano una via trasparente, che la gente possa capire». Perchè, argomenta lui che sta seguendo anche la protesta del presidio di Taverna del Re, alimentata dalla sfiducia nello Stato dei residenti, alla gente vanno proposti patti chiari. Attendibili perchè rispettati. «L’emergenza più grave, temo, è quella del distacco fra le persone e le istituzioni avvertite come prevaricatrici e pronte al doppio gioco, soprattutto con il debole». Il comitato di salute pubblica, che Sodano ha proposto al prefetto, alla Regione ed al ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio - trovando l’adesione del ministro e l’interesse dell’uscente Pansa - potrebbe già essere convocato domani: almeno questa è la fermissima intenzione. Prendere tempo, infatti, è un lusso ormai inconcepibile. L’idea è quella di sfruttare anche il fatto che la Campania (con due ministri, due presidenti di commissione, lo stesso commissario entrante, nonchè quello uscente) ha una fortissima rappresentanza che sarebbe il caso di mettere a frutto. Pansa, con le sue amarezze per un tremendo ottobre che, è l’analisi del commissariato, ha fermato la Campania alla soglia della soluzione dell’emergenza con una gragnuola di colpi sospetti (come lo sciopero dei trasportatori, le minacce di fermo dei Cdr), farebbe ancora la sua parte. Il comitato, se riuscirà a spiegare le ali, avrà come controparte persone come quelle che continuano a presidiare Taverna del Re perfino dopo la chiusura. E se chiedi perchè la protesta non smobiliti, quelli del presidio ti rispondono con un telegramma: «sfiducia, paura ed esasperazione». Troppe volte «quelli» sono tornati d’improvviso, con la scorta della polizia, dopo decine di promesse. Quante promesse? Lo chiedi al sindaco di Giugliano, Francesco Taglialatela che elenca una serie di nomi di discariche e siti che hanno distrutto il volto e l’economia di una zona. La ricostruzione della fiducia si preannuncia lenta.