Da: Paolo Rossi Barnard
Data: 09 febbraio 2008 3:42:27 GMT+01:00
Oggetto: Barnard, Report, la RAI e la censura

CENSURA "LEGALE"

Cari amici e amiche impegnati a dare una pennellata di decenza al nostro Paese, eccovi una forma di censura nell'informazione di cui non si parla mai. E' la peggiore, poiché non proviene frontalmente dal Sistema, ma prende il giornalista alle spalle. Il risultato è che, avvolti dal silenzio e privi dell'appoggio dell'indignazione pubblica, non ci si può difendere. Questa censura sta di fatto paralizzando l'opera di denuncia dei misfatti sia italiani che internazionali da parte di tanti giornalisti 'fuori dal coro'.
Si tratta, in sintesi, dell'abbandono in cui i nostri editori spesso ci gettano al primo insorgere di contenziosi legali derivanti delle nostre inchieste 'scomode'. Come funziona e quanto sia pericoloso questo fenomeno per la libertà d'informazione ve lo illustro citando il mio caso.
Si tratta di un fenomeno dalle ampie e gravissime implicazioni per la società civile italiana, per cui vi prego di leggere fino in fondo il breve racconto.

Per la trasmissione Report di Milena Gabanelli, cui ho lavorato dando tutto me stesso fin dal primo minuto della sua messa in onda nel 1994, feci fra le altre un'inchiesta contro la criminosa pratica del comparaggiofarmaceutico, trasmessa l'11/10/2001 ("Little Pharma & Big Pharma").
Col comparaggio (reato da art.170 leggi pubblica sicurezza) alcune case farmaceutiche tentano di corrompere i medici con regali e congressi di lusso in posti esotici per ottenere maggiori prescrizioni dei loro farmaci, e questo avviene ovviamente con gravissime ripercussioni sulla comunità (il prof. Silvio Garattini ha dichiarato: "Dal 30 al 50% di medicine prescritte non necessarie") e spesso anche sulla nostra salute (uno dei tanti esempi è il farmaco Vioxx, prescritto a man bassa e a cui sono stati attribuiti da 35 a 55.000 morti nei soli USA).

L'inchiesta fu giudicata talmente essenziale per il pubblico interesse che la RAI la replicò il 15/2/2003.
Per quella inchiesta io, la RAI e Milena Gabanelli fummo citati in giudizio il 16/11/2004(1) da un informatore farmaceutico che si ritenne danneggiato dalle rivelazioni da noi fatte.
Il lavoro era stato accuratamente visionato da uno dei più alti avvocati della RAI prima della messa in onda, il quale aveva dato il suo pieno benestare.
Ok, siamo nei guai e trascinati in tribunale.
Per 10 anni Milena Gabanelli mi aveva ssicurato che in questi casi io (come gli altri redattori) sarei stato difeso dalla RAI, e dunque di non preoccuparmi(2). La natura dirompente delle nostre inchieste giustificava la mia preoccupazione. Mi fidai, e per anni non mi risparmiai nei rischi.
All'atto di citazione in giudizio, la RAI e Milena Gabanelli mi abbandonano al mio destino. Non sarò affatto difeso, mi dovrò arrangiare. La Gabanelli sarà invece ampiamente difesa da uno degli studi legali più prestigiosi di Roma, lo stesso che difende la RAI in questa controversia legale.(3) Ma non solo.

La linea difensiva dell'azienda di viale Mazzini e di Milena Gabanelli sarà di chiedere ai giudici di imputare a me, e solo a me (sic), ogni eventuale misfatto, e perciò ogni eventuale risarcimento in caso di sentenza avversa.(4)
E questo per un'inchiesta di pubblico interesse da loro (RAI-Gabanelli) voluta, approvata, trasmessa e replicata.*
*(la RAI può tecnicamente fare questo in virtù di una clausola contenuta nei contratti che noi collaboratori siamo costretti a firmare per poter lavorare, la clausola cosiddetta di manleva(5), dove è sancita la sollevazione dell'editore da qualsiasi responsabilità legale che gli possa venir contestata a causa di un nostro lavoro. Noi giornalisti non abbiamo scelta, dobbiamo firmarla pena la perdita del lavoro commissionatoci, ma come ho già detto l'accordo con Milena Gabanelli era moralmente ben altro, né è moralmente giusificabile l'operato della RAI in questi casi).

Sono sconcertato. Ma come? Lavoro per RAI e Report per 10 anni, sono anima e corpo con l'impresa della Gabanelli, faccio in questo caso un'inchiesta che la RAI stessa esibisce come esemplare, e ora nel momento del bisogno mi voltano le spalle con assoluta indifferenza. E non solo: lavorano compatti contro di me.

La prospettiva di dover sostenere spese legali per anni, e se condannato di dover pagare cifre a quattro o cinque zeri in risarcimenti, mi è angosciante, poiché non sono facoltoso e rischio perdite che non mi posso permettere.
Ma al peggio non c'è limite. Il 18 ottobre 2005 ricevo una raccomandata. La apro. E' un atto di costituzione in mora della RAI contro di me. Significa che la RAI si rifarà su di me nel caso perdessimo la causa. Recita il testo:
"La presente pertanto vale come formale costituzione in mora del dott. Paolo Barnard per tutto quanto la RAI s.p.a. dovesse pagare in conseguenza dell'eventuale accoglimento della domada posta dal dott. Xxxx (colui che ci citò in giudizio, nda) nei confronti della RAI medesima".(6)

Nel leggere quella raccomandata provai un dolore denso, nell'incredulità.

Interpello Milena Gabanelli, che si dichiara estranea alla cosa. La sollecito a intervenire presso la RAI, e magari anche pubblicamente, contro questa vicenda. Dopo poche settimane e messa di fronte all'evidenza, la Gabanelli tenta di rassicurarmi dicendo che "la rivalsa che ti era stata fatta (dalla RAI contro di me, nda) è stata lasciata morire in giudizio... è una lettera extragiudiziale dovuta, ma che sarà lasciata morire nel giudizio in corso... Finirà tutto in nulla."(7)
Non sarà così, e non è così oggi: giuridicamente parlando, quell'atto di costituzione in mora è ancora valido, eccome. Non solo, Milena Gabanelli non ha mai preso posizione pubblicamente contro quell'atto, né si è mai dissociata dalla linea di difesa della RAI che è interamente contro di me, come sopra descritto, e come dimostrano gli ultimi atti del processo in corso.(8)
Non mi dilungo. All'epoca di questi fatti avevo appena lasciato Report, da allora ho lasciato anche la RAI. Non ci sarà mai più un'inchiesta da me firmata sull'emittente di Stato, e non mi fido più di alcun editore. Non mi posso permette di perdere l'unica casa che posseggo o di vedere il mio incerto reddito di freelance decimato dalle spese legali, poiché abbandonato a me stesso da coloro che si fregiavano delle mie inchieste 'coraggiose'.
Questa non è una mia mancanza di coraggio, è realismo e senso di responsabilità nei confronti soprattutto dei miei cari.

Così la mia voce d'inchiesta è stata messa a tacere. E qui vengo al punto cruciale: siamo già in tanti colleghi abbandonati e zittiti in questo modo.
Ecco come funziona la vera "scomparsa dei fatti", quella che voi non conoscete, oggi diffusissima, quella dove per mettere a tacere si usano, invece degli 'editti bulgari', i tribunali in una collusione di fatto con i comportamenti di coloro di cui ti fidavi; comportamenti tecnicamente ineccepibili, ma moralmente assai meno.
Questa è censura contro la tenacia e il coraggio dei pochi giornalisti ancora disposti a dire il vero, operata da parte di chiunque venga colto nel malaffare, attuata da costoro per mezzo delle minacce legali e di fatto permessa dal comportamento degli editori.

Gli editori devono difendere i loro giornalisti che rischiano per il pubblico interesse, e devono impegnarsi a togliere le clausole di manleva dai contratti che, lo ribadisco, siamo obbligati a firmare per poter lavorare.
Infatti oggi in Italia sono gli avvocati dei gaglioffi, e gli uffici affari legali dei media, che di fatto decidono quello che voi verrete a sapere, giocando sulla giusta paura di tanti giornalisti che rischiano di rovinare le proprie famiglie se raccontano la verità.
Questo bavaglio ha e avrà sempre più un potere paralizzante sulla denuncia dei misfatti italiani a mezzo stampa o tv, di molto superiore a quello di qualsiasi politico o servo del Sistema.

Posso solo chiedervi di diffondere con tutta l'energia possibile questa realtà, via mailing lists, siti, blogs, parlandone. Ma ancor più accorato è il mio appello affinché voi non la sottovalutiate.

In ultimo. E' assai probabile che verrò querelato dalla RAI e dalla signora Gabanelli per questo mio grido d'allarme, e ciò non sarà piacevole per me.
Hanno imbavagliato la mia libertà professionale, ma non imbavaglieranno mai la mia coscienza, perché quello che sto facendo in queste righe è dire la verità per il bene di tutti.
Spero solo che serva.

Grazie di avermi letto.

Paolo Barnard
dpbarnard@libero.it

Note:
1) Tribunale civile di Roma, Atto di citazione, 31095, Roma 10/11/2004.
2) Fatto su cui ho più di un testimone pronto a confermarlo.
3) Nel volume "Le inchieste di Report" (Rizzoli BUR, 2006) Milena Gabanelli eroicamente afferma: "...alle nostre spalle non c'è un'azienda che ci tuteli dalle cause civili". Prendo atto che il prestigioso studio legale del Prof. Avv. Andrea Di Porto, Ordinario nell'Università di Roma La Sapienza, difende in questo dibattimento sia la RAI che Milena Gabanelli. Ma non me.
4) Tribunale Ordinario di Roma, Sezione I Civile-G.U. dott. Rizzo- R.G.N.R 83757/2004, Roma 30/6/2005: "Per tutto quanto argomentato la RAi-Radiotelevisione Italiana S.p.a. e la dott.ssa Milena Gabanelli chiedono che l'Illustrissimo Tribunale adìto voglia:...porre a carico del dott. Paolo Barnard ogni conseguenza risarcitoria...".
5) Un esempio di questa clausola tratto da un mio contratto con la RAI: "Lei in qualità di avente diritto... esonera la RAI da ogni responsabilità al riguardo obbligandosi altresì a tenerci indenni da tutti gli oneri di qualsivoglia natura a noi eventualmente derivanti in ragione del presente accordo, con particolare riferimento a quelli di natura legale o giudiziaria".
6) Raccomandata AR n. 12737143222-9, atto di costituzione in mora dallo Studio Legale Di Porto per conto della RAI contro Paolo Barnard, Roma, 3/10/2005.
7) Email da Milena Gabanelli a Paolo Barnard, 15/11/2005, 09:39:18
8) Tribunale Civile di Roma, Sezione Prima, Sentenza 10784 n. 5876 Cronologico, 18/5/2007: "la parte convenuta RAI-Gabanelli insisteva anche nelle richieste di cui alle note del 30/6/2005...". (si veda nota 4)

 

 

 

La carica dei cognomi illustri

Da Colaninno a Benetton e Mondadori, in attesa degli sconosciuti

Uolter, insomma Veltroni, ha avuto una bella idea. «Per un’Italia nuova» non troppo vecchia, ma anche per segnalare che la solita casta non farà piazza pulita dei seggi in Parlamento. Metterà under 40 e under 30 in lista; ma anche come capilista, prima di lui. Dei giovani, ha detto al Tg1, che si sono distinti «nella vita economica, politica, sociale del Paese». Ottimo. Molto Obama. Unico guaio, sono già uscite voci sui nomi in lista. Nomi distinti, pure troppo; di rampolli della classe dirigente. Per dire: Benetton-Mondadori-Sensi-Colaninno. Tutte persone eccellenti, per carità; ma più che candidati innovativi sembrano una comitiva da aperitivo all’hotel Posta di Cortina. Almeno elencati così insieme. Poi si vedrà. Poi non sono casi accomunabili, evidente.

Prendiamo Matteo Colaninno, presidente dei giovani di Confindustria. È persona seria, gran lavoratore (bonus: l’unica festa a cui lo si ricordi è quella del suo matrimonio). Il tipo di imprenditore-candidato poco entusiasmante ma affidabile (gli elettori si fiderebbero ancor di più di un altro imprenditore ipercorteggiato, Ivan Lo Bello di Confindustria Sicilia; ma non sarebbe meglio aiutarlo da Roma nella sua battaglia anti-pizzo invece di mandarlo a Roma a spingere bottoni in Aula? Forse sì). Altri casi sono più strani, e non per colpa di chi è tirato in ballo. Come quello di Martina Mondadori, ventiseienne dal cognome illustre. È bella e culturalmente vispa; non sono notissime le sue imprese politico- economiche. Più che altro, è nota a noi gentaccia che soccombe al piacere di studiare i Cafonal (serie di foto mondane rivelatrici e deprimenti, del balzacchiano Umberto Pizzi) sul sito Dagospia (vabbè, ormai si sa che il web è importante). Creativa ma problematica è poi l’idea di candidare Rosella Sensi.

La piccola Thatcher giallorossa (di britannico ha anche la somiglianza con l’amica di Hugh Grant in Quattro matrimoni e un funerale) governa da anni calciatori-dirigenti-giornalisti- tifoserie; roba più complessa e rischiosa di un medio ministero. Sarebbe quindi qualificata. Ma, al di là dei possibili conflitti di interesse causa affari familiari: se una Sensi si candida, come la mettiamo con lo swing vote dei laziali? Molti biancocelesti di destra, indignati per la fusione di An nel Pdl e tentati dalla ripicca pro Veltroni, finirebbero per preferire l’altrettanto romanista ma perlomeno nero Storace, va da sé. Alessandro Benetton è un’altra storia ancora, probabilmente improbabile (e lì il Pd può perdere voti delle fans di Deborah Compagnoni; non l’ha ancora sposata, chissà perché). Ma smettiamola con la battutacce, e speriamo di venire smentiti.

Speriamo che i giovani capilista, e altri candidati sicuri, non siano solo gente con bei cognomi. Sarebbe un segno di scarso spirito innovativo e di insicurezza identitaria. Speriamo che ci siano ragazzi/e che si sono distinti nell’economia e nella ricerca, magari scappando all’estero per riuscirci; che organizzano cooperative antimafia, o per aiutare i più poveri, gli immigrati e/o (anatema?) le donne in difficoltà, i precari; gente brava e basta. Tra l’altro, Veltroni dovrà crescere un obamino/obamina come suo successore. Dovrà essere un Barack/Baracca che (come l’originale) abbia fatto i conti con la figura del padre (magari bancario e non banchiere, fresatore e non imprenditore, a chi non è classe dirigente votarlo/a mica dispiacerebbe) e abbia ben costruito se stesso/a. Questa è la scommessa vera; se ci saranno un po’ di vip benissimo; però, per tirar su il morale del Paese normale, che siano ben diluiti.

Maria Laura Rodotà

Afghanistan, morto soldato italiano

Un militare è stato ucciso in uno scontro a 60 km da Kabul, un altro è rimasto ferito in modo lieve

Militari italiani in Afghanistan
KABUL - Il maresciallo Giovanni Pezzullo, del «Cimic Group South», originario di Carinola, in provincia di Caserta, è stato ucciso in uno scontro a fuoco rivendicato dai talebani e avvenuto a circa 60 chilometri da Kabul, nella località di Rudbar. Un altro soldato è rimasto ferito. Lo ha annunciato lo Stato maggiore della Difesa.

SCONTRO A FUOCO - «Nel pomeriggio di mercoledì alle ore 15.00 locali (11.30 ora italiana) nella valle di Uzeebin, nei pressi della località di Rudbar, nella zona di responsabilità italiana a circa 60 km della capitale Kabul, militari italiani della Task Force Surobi, in attività di cooperazione civile e militare e sostegno sanitario alla popolazione, sono stati fatti segno di alcuni colpi di arma da fuoco portatili da parte di elementi armati ostili a cui i militari italiani hanno risposto», dice la nota. «A seguito dello scontro è deceduto un militare italiano mentre un secondo risulta leggermente ferito».

IL MARESCIALLO UCCISO ERA IN AFGHANISTAN DA DICEMBRE - Il maresciallo Giovanni Pezzulo, morto oggi in Afghanistan, avrebbe compiuto 45 anni il prossimo 25 febbraio. Era nell'Esercito dal 1980. Originario di Carinola (Caserta), abitava ad Oderzo (Treviso), mentre era in servizio al Cimic Group South di Motta di Livenza. Anche in passato si è occupato di ricostruzione: la sua prima specialità, infatti, è stata quella del Genio pionierinico reggimento genio pionieri dell'Esercito, un reparto che interviene soprattutto in attività a supporto della popolazione. In Afghanistan era arrivato il 3 dicembre scorso.

ARMI PORTATILI - I due militari, entrambi dell'Esercito, sono rimasti dunque coinvolti in un attacco con armi da fuoco portatili mentre stavano svolgendo una missione nel distretto di Uzeebin, a circa 60 chilometri da Kabul. Massimo Fogari, portavoce Stato maggiore della Difesa, ha confermato la ricostruzione dell’accaduto, ma non ha chiarito se si sia trattato di un attacco di tipo terroristico.

OLTRE DUECENTO SOLDATI UCCISI - Nel corso del 2007 più di 200 soldati stranieri sono stati uccisi in Afghanistan, mentre dall'inizio dell'anno il bilancio è già di 13 militari morti. Prima del maresciallo, erano stati uccisi in Afghanistan altri undici militari italiani.

COLPITO ALL'IMPROVVISO - «Il nostro militare era impegnato in una delle missioni caratteristiche che si fanno in Afghanistan, cioè quella di porre sotto controllo la ricostruzione della società civile», ha commentato il presidente del Consiglio uscente, Romano Prodi, a margine di una commemorazione. «Purtroppo è stato colpito improvvisamente, proditoriamente, cioè non è stata una battaglia, è stato colpito mentre esercitava questa funzione», ha aggiunto. L'Italia ha circa 2.200 militari in Afghanistan nelle zone sotto la propria responsabilità, Kabul e la regione ovest.

LA RIVENDICAZIONE - I talebani hanno rivendicato l'attentato a sud di Kabul in cui è morto il maresciallo Giovanni Pezzullo. In una telefonata alla France Presse, un portavoce, Zabihullah Mujahed, ha spiegato che sono stati i guerriglieri del movimento fondamentalista ad attaccare i militari della task force a Surobi

 

Risparmiateci l'impunità dei malfattori

Il fatto. Un funzionario dell’agenzia delle entrate, tale Renato Giardina, è arrestato a Milano mentre intasca una tangente di oltre centomila euro da uno studio legale. Deve rispondere, per la giustizia ordinaria, di tentata concussione. Ma deve anche essere punito, in sede disciplinare, dalla sua amministrazione. Senonché - traggo queste notizie da Il Sole-24 ore - il testo unico degli impiegati civili dello Stato ha disposto, giusto mezzo secolo fa, che i provvedimenti disciplinari contro un dipendente pubblico sottoposto a un’inchiesta giudiziaria rimangano fermi in attesa che la magistratura ordinaria si pronunci definitivamente. Il diritto.

Nell’attesa d’una conclusione dell’iter processuale il dipendente è solo sospeso - l’indulgente Stato non può cacciarlo a titolo cautelare, secondo la buona regola vigente nel privato - e nel frattempo incassa “assegni alimentari” equivalenti alla metà circa del suo stipendio. Se in cinque anni la vicenda non giunge a sentenza definitiva - eventualità che si verifica con scandalosa frequenza nella giustizia tartaruga della Repubblica italiana - il povero Fornaretto che era stato colto in flagrante mentre incassava tangenti, ma che ha il suo santo protettore nell’infausto Testo Unico, viene riammesso in servizio. Il rovescio. Stenterete a crederci, ma è proprio così.

I cittadini sono costretti a passare una regolare busta paga a furfanti che hanno disonorato se stessi e l’amministrazione, e che possono opporre la loro furberia remunerata alla dabbenaggine di quanti lavorano onestamente. Parlamenti irresponsabili e compiacenti sono stati larghi di concessioni per i dipendenti pubblici che non brillano per produttività, ma che sono milioni e votano. Cosicché i mariuoli di mano lesta o di conclamato assenteismo finiscono per rientrare nei ranghi, siano essi al servizio dell’agenzia delle entrate o di un ospedale di Perugia, e gli addetti ad una amministrazione che funziona male hanno avuto negli ultimi anni aumenti retributivi molto superiori a quelli di chi sta nel “privato”. Che funziona in generale bene, e se non funziona bene porta i libri in Tribunale. È grave che per ignavia o complicità politiche si sia arrivati a questa situazione. È gravissimo che di fronte ad anomalie cavillose che gridano vendetta al cielo, e che provocano l’indignazione degli onesti, i sindacati di categoria si mobilitino in favore di leggi e regolamenti incompatibili con la corretta gestione di qualsiasi ente, e invochino alti e nobili principi per legittimare l’arroccamento corporativo. Nientemeno che con un “comunicato unitario” Cgil-Cisl e Uil hanno denunciato “l’arroganza” di chi chiede “mano libera per azzerare alcuni diritti fondamentali e costituzionalmente garantiti”. Ovviamente i sindacalisti aggiungono che “nessuno vuole difendere i corrotti”.

Lo si voglia o no, risulta evidente il risultato di questi atteggiamenti: molti, troppi corrotti se la cavano senza subire le sanzioni che sarebbero state loro inflitte se anziché trovarsi nell’ambito d’uno Stato cieco, sordo e sciocco, si trovassero in una qualsiasi struttura privata. Ne hannogià tanti, i pubblici, di vantaggi, anche se non compiono alcunché di illegale. Ma venga almeno risparmiata, a noi cittadini e contribuenti, l’impunità dei mascalzoni.

Internauti, Cina supera Usa
ma la censura è al governo

 

di ALESSANDRO LONGO

 

 

Il sorpasso era previsto, inevitabile, e ora ci siamo: tra poche settimane la Cina diventerà il primo Paese al mondo per numero di utenti internet, superando anche gli Stati Uniti. Lo comunicano oggi i dati istituzionali di China internet network information center (Cnnic): a fine 2007 gli utenti erano 210 milioni, solo cinque milioni in meno rispetto agli Usa. A fine 2006 erano invece 137 milioni, cioè il 10 per cento della popolazione, contro i 210 milioni degli Usa. Insomma, in un anno la Cina è cresciuta del 53 pr cento, mentre gli Stati Uniti sono quasi in stallo. La previsione, scontata, è che a breve nel 2008 ci sarà il sorpasso, anche perché in Cina i margini di crescita sono ancora grandi: solo il 16 per cento della popolazione è online, contro una media mondiale del 19,1 per cento.

La notizia segna come una pietra miliare nella storia del progresso tecnologico e deve fare riflettere: la più grande massa di utenti verrà presto da un Paese non democratico, che offre una versione addomesticata di internet, imbrigliata nella censura di Stato. Bisogna ancora scoprire quali effetti avrà questo paradosso sull'economia e la cultura digitali mondiali.

I motivi della crescita
Il punto è che il boom dell'internet cinese sta avvenendo molto rapidamente. I progressi del 2007 sono dovuti soprattutto alla crescita delle connessioni nelle aree rurali, dove il governo ha fatto una grande campagna di cablaggio di linee telefoniche e servizi internet. Il Cnnic nella popolazione internet ha conteggiato molte cose, forse spinto da orgoglio nazionalistico: anche gli utenti che non hanno collegamento a casa ma si connettono via internet cafè (e sono un terzo del totale); e anche coloro che lo fanno via cellulare (un quinto). Tutto sommato, a banda larga navigano circa 80 milioni di cinesi.


Comunque, anche mettendo in conto che i dati cinesi forse sono un po' gonfiati, è indubbio che ci siano le condizioni strutturali perché avvenga presto il sorpasso sugli Usa. Basta sommare due elementi: la Cina è il Paese più popoloso ed è diventato in breve tempo la quarta maggiore economia mondiale.

I siti più noti
A colpire è anche il fatto che la internet cinese sia come un mondo a parte, recintata e autoctona. I siti più visitati non hanno niente a che fare con i protagonisti della internet mondiale: non c'è Microsoft, eBay, Yahoo!; Google. cn è appena al quarto posto, secondo i dati di
Alexa.

Al primo c'è
Baidu.com, un motore di ricerca nazionale che eccelle grazie a un ottimo supporto della lingua cinese e alle funzioni per trovare e scaricare film e musica (pirata; le major americane dell'audio-visivo da anni stanno facendo a Baidu battaglia legale). Al secondo posto, tra i siti più visitati, c'è QQ.com, che fornisce chat, un servizio a cui i cinesi sono molto affezionati, come ai giochi online. C'è poi un sito di notizie, Sina.com.cn
, e tra le prime posizioni anche Taobao, un sito d'asta come eBay.

Ai giganti americani non piace essere in Cina nelle retrovie, un problema destinato a pesare sempre più man mano che la popolazione internet cinese diventa preponderante. Anche per questo motivo le multinazionali di internet sono disposte anche a qualche compromesso con la propria coscienza pur di farsi strada nel mercato cinese:
come dimostrano le accuse
a Google, Yahoo! e Microsoft di venire a patti con leggi liberticide.

La grande censura cinese
La internet cinese è ben diversa da quella conosciuta e accessibile in Occidente. Il governo ha creato un enorme firewall (chiamato anche la Grande Muraglia digitale), per filtrare i siti reputati sconvenienti, che quindi sono inaccessibili dai computer connessi a internet dalla Cina. Sono banditi siti che riportano notizie considerate pericolose dal regime, contenuti scabrosi o semplici opinioni non in linea con il Partito. Si dice che al firewall lavorino 30 mila guardiani, che si occupano di monitorare la rete a caccia di siti scomodi e di utenti cinesi che si esprimono troppo liberamente nei forum, nei blog.

Per avere un blog in Cina, da fine 2007 bisogna seguire un protocollo di autoregolamentazione, dove i firmatari si impegnano a non diffondere messaggi "erronei e illegali". Lo scopo è anche abolire l'anonimato sui blog. Reporters senza Frontiere ha definito questo protocollo "la fine dei blog liberi in Cina". Il tutto non ha impedito alla Cina di raggiungere, a dicembre, quota 72,82 milioni di blog (di cui 28,75 milioni attivi), secondo Cnnic.

Questo mese invece è scattata la censura di Stato nei confronti dei video online. Solo i portali che hanno ricevuto l'autorizzazione della Repubblica Popolare potranno diffondere video. Si devono impegnare inoltre a eliminare quelli considerati sconvenienti.

Già ci si chiede come reagirà Google/YouTube, se chinerà la testa alle leggi pur di restare nel mercato cinese. Tutti questi ingredienti, il boom degli utenti, la censura, il crescente interesse da parte dei big dell'hi-tech, rendono l'internet cinese un calderone di contraddizioni. Una ferita nascosta nello spirito originario, libertario, di internet, ma ormai prossima a manifestarsi al pubblico. Il momento sembra arrivato, proprio quest'anno, e non solo per via del sorpasso simbolico sugli Usa ma anche perché le Olimpiadi di Pechino metteranno i riflettori internazionali sul fenomeno Cina, mostrandone luci e ombre del boom.
E allora le contraddizioni potrebbero venire al pettine.

 

 

L'ex commissario e la resa:
fermati da ciechi localismi

Gli appelli inascoltati di Pansa a dicembre

DAL NOSTRO INVIATO

NAPOLI — I bambini erano schierati come scudi umani davanti ai trattori che bloccavano il sentiero. C'erano contadini che agitavano pale e forconi, don Peppino e don Vincenzo, gli attivisti, i sindaci del circondario. «I pascoli delle bufale non si toccano » era l'urlo di battaglia. I tecnici inviati dal commissario straordinario per effettuare i carotaggi sul terreno capirono velocemente che non era aria. Anche in località Carabottoli, nel comune di Carinola, si era perso prima di cominciare.

Erano i primi giorni di dicembre. Incombeva la chiusura definitiva del sito regionale di stoccaggio di Taverna del Re, prevista per l'ultimo giorno del 2007. Da quel momento, i servizi di raccolta dei rifiuti si sarebbero bloccati nell'arco di sessanta ore. Ci sarebbero stati cumuli enormi, quartieri e città interamente sepolti, gli incendi della spazzatura avrebbero aumentato la dispersione di diossina nell'aria e nei terreni. Uno scenario da girone dantesco. È esattamente quel che si è verificato a Napoli e Caserta.

«Nonostante tutto l'impegno a realizzare siti tecnicamente idonei, i ciechi localismi non hanno consentito soluzioni in tempo utile». È istruttivo rileggere l'agonia dei giorni prima del collasso attraverso le relazioni inviate dall'allora commissario straordinario per l'emergenza rifiuti Alessandro Pansa alla presidenza del Consiglio dei ministri. Il bollettino della resa è scandito da una definizione ripetuta più volte. «Ciechi localismi », che hanno costretto il commissario a infilarsi nel calderone di Pianura ben sapendo che era un'impresa disperata. «Nelle settimane passate abbiamo chiaramente esposto ai nostri molteplici interlocutori i rischi ai quali va incontro l'intera regione, ma senza sortire alcun effetto ».

Il diario della sconfitta comincia ai margini della regione. A fine ottobre, Carmine Nardone, presidente della Provincia di Benevento, è il più sollecito a rispondere alla richiesta d'aiuto del commissario straordinario. Con l'assenso dei sindaci della valle del Fortore indica una cava a Colle Alto, nel comune di Morcone, a dieci chilometri dal confine con il Molise. Il 10 novembre viene firmata l'ordinanza per l'apertura del sito di stoccaggio che dovrà accogliere 50.000 tonnellate di ecoballe, un anno intero di rifiuti prodotti nella provincia. La protesta cresce, il sito dista appena cento metri dal fiume Tammaro, e pochi chilometri dall'oasi Wwf di Guardiaregia. Il sindaco di Morcone si sfila. Trova appoggio oltreconfine, dove il Consiglio regionale del Molise firma un ordine del giorno contro la discarica, situata in Campania. Il parere non è vincolante, quindi cominciano i primi lavori. Improvvisamente, a partire da metà novembre, l'acquedotto molisano, che fornisce acqua a Benevento, diminuisce la propria portata dell'80 per cento, scatenando una crisi idrica nella provincia campana. L'episodio magari non è riconducibile alla querelle sulla discarica. Ma al Commissariato prendono comunque atto della compatta ostilità del Consiglio regionale molisano. Non se ne fa nulla. Dopo 20 giorni, l'acquedotto torna ad erogare normalmente. Quando Gianni De Gennaro presenta il suo piano, eliminando il sito di Morcone dalle aree prescelte per lo stoccaggio dei rifiuti, il presidente della Regione Molise, Michele Iorio, esulta: «Un risultato importante e soddisfacente». Generosamente, si impegna ad «alleggerire l'emergenza in Campania» accettando di accogliere la bellezza di 3.000 tonnellate.

A Casamarciano invece si gioca a scacchi. Ad ogni mossa segue contromossa, fino a prendere la controparte per sfinimento. Fernando Primiano, sindaco di questo piccolo comune nel Nolano, viene convocato in prefettura per due volte, 28 ottobre e 4 novembre. Fornisce la sua disponibilità all'apertura di un sito di stoccaggio temporaneo da 60.000 tonnellate. I tecnici del commissariato effettuano i carotaggi, che danno buon esito. Si può partire. Intanto cresce la protesta, che si basa sulla vicinanza con le due discariche di Paenzano. Il sindaco precisa allora di volere soltanto ecoballe inertizzate e non tritovagliate. Si blocca tutto. Il 20 dicembre viene decisa l'inertizzazione delle ecoballe sul posto. Procedimento piuttosto complicato e costoso, ma ha il pregio di accontentare il sindaco. Che invece rilancia, imponendo un limite di 45 tonnellate di ecoballe al giorno. La trattativa ricomincia, ma intanto si è arrivati all'anno nuovo, Napoli e la Campania sprofondano.

Il copione di oggi è lo stesso di un mese fa, basta cambiare i nomi delle località. Vista da vicino, ogni protesta avrebbe la sua dose di buone ragioni. Ma i localismi, più o meno ciechi, hanno comunque contribuito allo sfascio di questi giorni. E hanno riservato anche qualche imprevisto. Il 31 gennaio, fuori tempo massimo, sono giunti al Commissariato per l'emergenza rifiuti i risultati dei carotaggi effettuati venti giorni fa sul territorio del comune di Carinola, quello presidiato dai trattori e dai contadini armati di forconi per proteggere il luogo dove pascolavano le bufale da mozzarella.

I tecnici hanno lavorato in condizioni difficili «a causa delle condizioni di allagamento del sito, dovute all'occlusione artificiale dei canali di scolo dell'area, ad opera di ignoti». I sondaggi del sottosuolo effettuati nell'area hanno riservato una sorpresa. «Si evidenzia la presenza di rilevanti quantità di rifiuti solidi urbani indifferenziati mescolati a terreno, ed interessanti tutta la profondità dello scavo e presumibilmente anche oltre». Il pascolo delle bufale era una discarica abusiva.

 

 

 

 

 

L'anima perduta
nella monnezza di Napoli

di ROBERTO SAVIANO


<B>L'anima perduta<br>nella monnezza di Napoli</B>
NIENTE è cambiato. Si è tentato - tardi, tardissimo - ma non si è risolto nulla. L'esercito, i volontari, la pazienza e le proteste. Ma tutto versa nello stesso stato di prima. O quasi. Il centro e le piazze vengono salvati, si cerca di non farli soffocare dai sacchetti. E nella scelta dei luoghi in cui raccoglierli emerge la differenza fra le zone e le città. Zone dove conviene pulire per evitare che turisti e telecamere arrivino facilmente, strade dove vivono professionisti e assessori. E invece altre dove la spazzatura può continuare ad accumularsi. Tanto lì la monnezza non va in prima pagina. I paesi divengono discariche di fatto. Tutta la provincia è un'ininterrotta distesa di sacchetti. E la rabbia aumenta. Spazzatura ai lati delle strade, o che si gonfia in collinette multicolori fuori dai portoni, dove sono apparse scritte come "non depositare qui sennò non si riesce più a bussare". Niente è cambiato se non l'attenzione. Dalla prima pagina alle cronache locali.

Lentamente tutto questo rischia di divenire abituale, ordinario: la solita monnezza, parte del folklore napoletano, quotidiana come lo scippo, il lungomare e la nostalgia per Maradona. E invece qui è tragedia. Spazzatura ovunque, discariche satolle, gonfie, marce. Camion stracolmi, in fila. Proteste. E poi dibattiti, indagini, dimissioni, e colpevoli, ecologisti, camorristi, politici, esperti. Maggioranze e opposizioni e cadute di governo. Ma la monnezza resiste a tutto. E continua ad aumentare. La spostano dal centro alla periferia, la spediscono fuori città, qualcosa fuori regione. Però non basta mai, perché quella si riforma, si accumula di nuovo. Tutti pronti a parlare, in un'orchestra che emette suoni talmente confusi da divenire indecifrabili come il silenzio.

Certo risulta difficile credere che se Roma, Firenze, Milano o Venezia si fossero trovate in una situazione simile avrebbero continuato a far marcire i sacchetti nelle loro piazze, a tenersi strade bordate di pannolini e bucce di banana, a lasciar invadere l'aria dall'odore putrescente degli scarti di pesce. Difficile immaginare che in una di queste città la notte girino camion che gettano calce sopra ai cumuli per evitare che le infezioni dilaghino e soprattutto che vengano incendiati.

Il rinascimento napoletano finisce così, coperto di calce. Si sbandierava la rivincita della cultura, ma sotto il tappeto delle mostre, dei convegni e delle parole illuminate le contraddizioni erano pronte a esplodere. Non c'erano solo stuoli di progetti culturali e promozionali per il turismo. Negli ultimi cinque anni sono spuntati in un'area di meno di 15 km enormi centri commerciali. Prima il più grande del Sud Italia nel casertano, poi il più grande di tutt'Italia, poi il più grande d'Europa e da poco uno tra i più grandi al mondo: un'area complessiva di 200.000 mq, con 80 negozi di brand nazionali e internazionali, un ipermercato, 25 ristoranti e bar, una multisala cinematografica con 11 schermi e 2500 posti a sedere.

Ultimo arrivato, a Nola, il Vulcano Buono progettato da Renzo Piano che ha tratto spunto dall'icona napoletana per antonomasia: il Vesuvio. Una collina artificiale, un'escrescenza del suolo che segue le uniche e sinuose forme del vulcano. Alta 40 metri e con un diametro di oltre 170, un complesso di 150 mila metri quadri coperti e 450 mila in tutto. Si costruiscono centri commerciali come unico modo di far girare soldi. Quali soldi? Le stime dell'Istat segnalano che la Campania cresce meno del resto d'Italia. La regione è mortificata nei settori dell'agricoltura e dell'industria e incapace di compiere il salto di qualità nel comparto dei servizi.

E per quanto riguarda il valore aggiunto pro capite, se la media nazionale s'attesta a 21.806 euro per abitante, al Sud non supera quota 14.528. Keynes diceva che quando l'accumulazione di capitale di un paese diventa il sottoprodotto delle attività di un casinò, è probabile che le cose non vadano bene. Riguardo il nostro paese bisognerebbe sostituire al termine casinò la parola centro commerciale. Così rimangono, tra queste cattedrali di luci e cemento, gli interrogativi di sempre. Perché a Napoli c'è tutta questa spazzatura? Come è possibile quando cose del genere non accadono a Città del Messico e nemmeno a Calcutta o a Giakarta? È incomprensibile. Bisogna quindi essere didascalici. Perché le discariche napoletane sono piene? Semplice. Sono state usate male, malissimo. Sversandoci dentro di tutto, senza controllo.

Chi gestiva le discariche non rispettava i limiti, né le regole riguardo alle tipologie. Somiglianti più a buche fatte male che a strutture per lo sversamento, le discariche si riempivano di percolato divenendo laghi ricolmi di un frullato di schifezze, fogne a cielo a aperto. E così si sono riempite presto, e non solo di rifiuti urbani. Scavare crateri enormi, portare giù il camion e poi, uscito il conducente, saldare le porte del tir e sotterrare: era un classico. Un modo per non toccare i rifiuti nemmeno con un dito. Il tutto dava un guadagno talmente alto da poter sacrificare, intombandoli, interi tir. A Pianura, racconta la gente, c'è persino una carcassa di balena, e a Parete pacchi e pacchi di vecchie lire.

Ma perché i cittadini si ribellano alla riapertura delle discariche? Perché sembrano così folli da preferire i sacchetti che da circa due mesi hanno davanti a casa? Perché temono che insieme a quelli che dovrebbero essere solo rifiuti solidi urbani invece arrivino anche i veleni. Eppure ricevono le massime garanzie che la loro situazione non peggiorerà. Ma da chi le ricevono? Da coloro di cui non si fidano più. Da coloro che hanno sempre appaltato lo smaltimento a ditte colluse, a uomini imposti dai clan di camorra. E chi deciderà quindi davvero la sorte dei rifiuti? Come sempre i clan.

A loro non ci si può ribellare. Ma siccome allo Stato invece sì, spesso contando su una buona dose di pazienza dei reparti antisommossa, si fa ostruzione alle sue decisioni perché non accada poi che si inneschino i consueti accordi. Si preferisce rinunciare persino agli aiuti economici destinati a chi vive nei pressi della discarica, piuttosto che correre il rischio di finire marci di cancro per qualche sostanza intombata di nascosto. Certo, tra i manifestanti ci sono anche i ragazzotti dei clan pagati 100 euro al giorno per far chiasso, bloccare strade, saper lanciare porfido e caricare. Ma loro rendono soltanto esasperate paure che invece sobbollono in tutti. E le rendono isteriche perché più spazzatura ci sarà, meno controlli ci saranno per le ditte pagate per raccoglierla e più l'uso dei macchinari in mano ai clan sarà abbondante.

E più le discariche saranno bloccate, meglio si potranno infiltrare camion colmi di rifiuti speciali da nascondere mentre quelli bloccati fuori fanno da copertura. E i consorzi e la politica? I consorzi che gestivano i rifiuti lo facevano per conto di imprenditori e boss, mentre la responsabilità della politica locale e nazionale stava nella solita logica di non affidare posti a chi aveva competenze tecniche, bensì ai soliti personaggi con il solo requisito di essere in quota ai partiti. Quanti posti di lavoro distribuiti in periodi preelettorali, in strutture dove la raccolta dei rifiuti o la differenziata rappresentavano puramente un alibi. Perché non si è fatto nulla? Perché l'emergenza fa arrivare soldi a tutti. E quindi di emergenza si vive.

Finita l'emergenza, finiti i soldi. Bisognava forse ribellarsi anche nei giorni in cui i clan prendevano terre. E il termovalorizzatore di Acerra su cui tanto si discute, che per anni non è stato costruito e ora lentamente sta per realizzarsi? Quel genere di impianto non è dannoso, dichiarano gli oncologi, al centro di Vienna uno simile è persino divenuto un palazzo prestigioso. Certo. Ma in un territorio dove l'indice di mortalità per cancro svetta al 38.4%, chi rassicura la gente che negli impianti verrà bruciato solo quel che si deve? Quale politica saprà mantenere la promessa di massimo controllo in una terra che è stata definita la Cernobyl d'Italia? Il centrosinistra ha creduto di essere immune dalle infiltrazioni camorristiche perché la questione camorra riguardava l'altra parte. Ma non era così. Le porte dei circoli della sinistra si sono aperte ai clan mai come in questi ultimi anni.

E il crimine è stato percepito come un male naturale, fisiologico. La politica ha continuato a presentarsi sempre più come qualcosa di indistinto con l'affare e il crimine. Destra e sinistra uguali, basta mangiare. Il qualunquismo italiano forse non è mai stato così sostenuto dall'esperienza. E oggi occupano, bloccano, non collaborano perché non si fidano più di nessuno.
Non c'è altro da dire e da fare. Togliere, togliere la monnezza subito. Non si può più aspettare. Togliere e poi capire chi ha ridotto così questa terra e accorgersi che i meccanismi che qui hanno portato allo scempio totale sono gli stessi che governano in modo meno mostruosamente suicida l'intero paese. In questi giorni mi è venuta in mente una scena di un racconto di Salamov, forse il più grande narratore dell'aberrazione del potere totalitario. Quando i soldati sovietici misero in isolamento alcuni prigionieri del gulag, tutti invalidi tranne Salamov, pretesero che consegnassero le loro protesi: busti, dentiere, occhi di vetro, gambe di legno.

A Salamov che non ne aveva, il soldato, scherzando, chiese: "E tu che ci consegni? L'anima?". "No, l'anima non ve la do" rispose. Prese una punizione durissima per aver difeso qualcosa che fino ad allora credeva inesistente. Questo è il momento di capire se ancora abbiamo un'anima, e non farcela togliere come una gamba di legno. Non consegnarla. Prima che non ci restino che protesi.
© 2008 by Roberto Saviano. Published by arrangement
with Roberto Santachiara Literary Agency



(4 febbraio 2008)