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| Mozzarella di bufala in un caseificio campano (Emmevi) |
INDAGINI - La polizia di Napoli la scorsa settimana ha detto di stare indagando per capire se il latte di alcuni allevamenti di bufale sia contaminato dalla diossina. Secondo Coldiretti, la contaminazione riguarderebbe solo un'esigua parte della produzione. Franco Consalvo, presidente del Consorzio tutela mozzarella di bufala campana, ha detto di non condivide il progetto per «un marchio di qualità con un disciplinare sul latte e la mozzarella di bufala per controllare l'eccellenza del prodotto e la tracciabilità degli animali proposto dall'assessore regionale all'Agricoltura del Lazio. Secondo Aldo Grasselli, presidente della Società italiana di medicina veterinaria preventiva, «l'allarme diossina e il bando sudcoreano non sono giustificati. In questo momento c'è un'attentissima vigilanza e una quantità di controlli tali da consentirci di dire che i servizi veterinari permettono l'immissione sul mercato solo di mozzarelle controllate».
24 marzo 2008
"Rifiuti, patto tra clan ed enti locali"
L´Antimafia: con il Commissariato vere e proprie joint ventures
di Irene De Arcangelis
Negli ultimi anni parte dei vertici della pubblica amministrazione e del commissariato straordinario per i rifiuti hanno concluso con le imprese collegate alla criminalità organizzata della Campania vere e proprie joint ventures con lo sfruttamento dei canali dell´emergenza. Deflagrante, inequivocabile accusa nero su bianco. Firmata dalla Commissione parlamentare antimafia, immortalata nella sua relazione conclusiva. Camorra, pezzi di Stato, rifiuti. Analisi dettagliata e spietata, che approfondisce il "caso Napoli" e snocciola una lunga serie di aspetti ambigui e conseguenze inquietanti senza giri di parole. Per concludere: la camorra ha posto le sue mani, stabilmente, sulla gestione rifiuti nella regione.
Campania, regione del Mezzogiorno dove il Pil è pari a meno di un terzo del Centro-Nord e a meno di un quarto di quello nazionale. Dove l´imprenditoria convive con il potere pervasivo della criminalità organizzata che distorce il mercato. Questo lo scenario dipinto dalla Commissione antimafia su cui si innesta l´analisi dell´emergenza rifiuti. Si legge nella relazione: «La condizione di emergenza che affligge la gestione dei rifiuti da quattordici anni ha rappresentato per la camorra la strada attraverso la quale incrementare stabilmente le proprie fonti di reddito e accrescere il controllo sul territorio e gli enti locali».
Emergenza che si traduce, per l´Antimafia, in una lunga catena di conseguenze dannose: domanda crescente di erogazione di denaro pubblico destinato solo al mantenimento di strutture burocratiche di governo dell´emergenza; la creazione di enti di intermediazione (i consorzi) che hanno più che altro il ruolo di ammortizzatori sociali, con lavoratori che non sono impiegati in nessuna attività connessa al ciclo rifiuti; deroghe alle regole nelle assegnazioni di appalti e contratti; polverizzazione delle fasi decisionali. Tutto a vantaggio delle organizzazioni criminali penetrate in tutti gli snodi del sistema.
In pratica la gestione del non-ciclo dei rifiuti su cui ha messo le mani la camorra. Che ha saputo cogliere l´occasione, ha sfruttato «i gangli più redditizi». Come? Trasporto dei rifiuti fuori regione e compravendita dei siti da destinare a discariche. Proprio grazie alle joint ventures con pubblica amministrazione e pezzi del commissariato. Camorra che oggi osserva da lontano l´evolversi dell´ultimo atto dell´emergenza. Aspetta che scatti la solita molla: la necessità di interventi in tempi rapidi. Perché non possano essere effettuate verifiche approfondite sulla trasparenza delle imprese chiamate a cooperare per arginare l´emergenza.
Un quadro cupo, che non offre certe vie di uscita nella regione del Pil pro-capite a 14 mila euro (al Centro Nord 25 mila). La fotografia di una regione in ginocchio che mette inoltre in rilievo il ruolo della provincia di Caserta, territorio del clan al momento più potente della regione, i Casalesi, «attivi nel trasporto e nello smaltimento dei rifiuti tossici e infiltrati anche nel settore della raccolta legale». Un clan particolarmente infiltrato nelle istituzioni politiche e burocratiche della provincia e «capace di condizionare il voto soprattutto con riferimento alle elezioni amministrative». Una cosca pronta a commettere gravi fatti di sangue contro esponenti delle istituzioni, per dimostrare la capacità di imporsi sul territorio, vendicare detenuti condannati a pene pesanti, far desistere affiliati dall´idea di collaborare con la giustizia. Altra nota caratteristica, questa, della Campania. Che su un totale di 67 testimoni di giustizia ne ha ben 26 (il 39 per cento). La mafia soltanto tre.
(28 febbraio 2008)
Saviano: dico no alla politica
che non parla più di mafia
«Mi volevano dal Pd ad An. Ma non posso essere di parte»
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Quella di Saviano è una storia di paradossi. Con il suo libro ha avuto fama, celebrità, il traguardo del milione di copie vendute tagliato in questi giorni. Con il suo libro ha perso il resto, la libertà personale, la possibilità di vedere il mondo con i propri occhi. «È come se mi sentissi sempre in colpa» sintetizza così il suo stato d'animo, come se qualcuno andasse da sua madre a chiedere «cosa ha fatto tuo figlio?» Ad un certo punto, Saviano si era anche convinto che in Italia ci fosse qualcuno disposto a condividere la sua ossessione.
Da Walter Veltroni alla Sinistra Arcobaleno, passando per il Popolo della Libertà, sponda An, tutti hanno cercato l'autore di Gomorra, blandendolo con la lotta al potere mafioso. «Ma non è il mio mestiere. Non si può parlare di mafia ad una sola parte politica. È un argomento sul quale non ci si può permettere di essere partigiani. La mia responsabilità è la parola ». Chi è stato il più insistente? «Quando Veltroni mi ha chiamato nel suo ufficio al Campidoglio, abbiamo parlato a lungo di mafia e appalti. Mi disse che quello sarebbe stato uno dei primi punti della sua agenda». Promessa mantenuta? «Non mi sembra. Ma il Pd è in buona compagnia. Purtroppo, la lotta alla mafia è la grande assente di questa campagna elettorale, a sinistra come a destra». Altri pretendenti? «Fausto Bertinotti mi ha fatto arrivare una proposta tramite l'assessore regionale campano Corrado Gabriele. Io ho molto apprezzato il lavoro di Forgione alla commissione antimafia, ma credo che anche la sinistra debba fare outing, e ammettere di non essere stata così rigorosa nell'allontanare gli affaristi collusi con la mafia». Avanti con l'elenco delle avances. «Alleanza nazionale mi ha mandato messaggi di apprezzamento. Persino l'Udeur prima che si dissolvesse». Destra, sinistra, centro. «Io sono cresciuto in una terra dove Pci e Msi stavano dalla stessa parte, contro la camorra. E vorrei tanto che il centrodestra riprendesse i valori dell'antimafia, quelli che aveva Giorgio Almirante e che avevano ispirato Paolo Borsellino. Li vedo trascurati, nonostante una base che al Sud ha voglia di sentirli affermare».
A sentirla, non sembra che il Pd sia molto più attivo. «Affatto. Anzi, a Veltroni ho detto che a mio parere anche il centrosinistra ha commesso molti errori in questi anni». Il più grande? «L'intellighenzia di sinistra dà sempre per scontato che la mafia stia dal-l'altra parte. Il complesso di superiorità applicato alla criminalità organizzata. Credersi immune dalle infiltrazioni, pensare che questo sia sempre e solo un problema degli altri. Le dico di più: spero che il Pd riesca a non aver paura di perdere le elezioni pur di cambiare. Solo così potrà davvero vincere». Dove vuole arrivare? «Spero che non abbia paura di parlare del voto di scambio, di denunciarlo. Fino ad ora non lo ha fatto nessuno. Ed è il voto di scambio che determinerà l'esito delle prossime elezioni. Si vince o si perde nei piccoli paesi, dove il clientelismo è l'unica moneta corrente. Si vincono le elezioni per bollette pagate, cellulari regalati, di questo bisogna parlare. La vera sfida sarebbe quella di non svendere il voto. E alzare la voce, denunciare». E invece? «Il grande silenzio. La mafia è la più grande azienda italiana, il suo giro d'affari è il triplo di quello della Fiat. È innaturale che non se ne parli in campagna elettorale. Ma è così. Al massimo qualche cosa simbolica, una celebrazione, qualche commemorazione. Una rimozione bipartisan».
Si è chiesto il perché? «È un tema pericoloso sul piano della comunicazione. Se qualcuno parla di mafia, molta gente pensa che si stia occupando soltanto di una parte ben circoscritta del Paese, che si interessi di cose ai margini, lontane. Nessuno è riuscito a far passare l'idea che la mafia sia qualcosa che riguarda anche Milano, Parma, Roma, Torino. È tornata ad essere un fatto esotico, lontano, noioso». «Non valete niente». Era il 23 settembre 2006 quando sfidò i boss di Casal di Principe a casa loro. Lo rifarebbe? «A vedermi da fuori, come se non fossi stato io, lo rifarei. Ma sarei falso se non dicessi che con quel gesto ho distrutto la mia vita. Mi è diventato impossibile vedere il mondo, confrontarmi con altre persone, poter sbagliare. Sono diventato un simbolo, ma in cambio ho perso tutto». Quando ha scritto Gomorra, cosa si aspettava? «Confesso l'ambizione. Volevo fare un libro che davvero cambiasse le cose. All'inizio, la camorra lo ignorò. I miei problemi cominciarono verso le centomila copie. La gente pensa che io sono come Salman Rushdie, colpito da una fatwa della camorra. Ma non è così. Lui rischia per quel che scrive, io perché mi leggono. Non è Saviano ad essere pericoloso, ma Gomorra e i suoi lettori».
Il disinteresse della politica rende più difficile la sua situazione? «Acuisce la solitudine, questo sì. Gomorra ha fatto sì che la letteratura diventasse un problema per la mafia. Parlarne è un modo per fermarli. Perché la politica non fa lo stesso? È come se questo paese non accettasse di essere raccontato così. Ma è il silenzio che ci distrugge». Se pensa al suo futuro, cosa immagina? «Spero di riavere la mia libertà, un giorno. Come un ragazzino, immagino di aprire la porta e poter camminare in strada, da solo. Ma è solo un sogno». E la realtà? «Me la faranno pagare. Troveranno un modo per colpirmi. Prima con la diffamazione, diranno che è tutto falso, l'operazione di un ragazzotto assetato di visibilità. Poi chissà. È l'unica certezza che ho».
Marco Imarisio
13 marzo 2008


