La città che gioca con i suoi vizi
di GIUSEPPE D'AVANZO
SCALTRISSIMA, Napoli anche in quest'occasione non ha alcuna intenzione di mettersi finalmente davanti allo specchio, di guardarsi le rughe profonde o la bocca sdentata, di annusare il cattivo odore del suo corpo, di dirsi ? allo specchio, almeno così in privato ? il disagio, il dolore, la sofferenza del suo collasso.
È tanto attossicata dal suo non-essere (non è più una capitale; non è più ricca; non è più "illuminata"; non è più né colta né popolare; non è più cortese e tollerante; non è più intelligente e arguta; non è più moderna) da non avvertirne nemmeno i sintomi. Nemmeno tonnellate e tonnellate di immondizia riescono a scuoterla, a essere almeno un "sintomo" per una città che appare come anestetizzata dalla sua stessa, lenta e mortale malattia.
I napoletani appaiono oggi - come incoraggia la cultura plebea che li sovrasta - irresponsabili, privi di speranza, senza alcuna identità da proteggere o passione civica da coltivare, senza alcuna aspettativa da condividere con gli altri, senza alcuna prospettiva di guardare il mondo. O, al mondo, di raccontarsi per trovare almeno una ragione alla sua catastrofe e - quindi - una possibile cura per rimettersi in piedi. Napoli è docilmente rassegnata a diventare "lo scarto" del Paese.
È un antico trucco della città, giocare con i propri vizi per non affrontarli. Ostentarli addirittura, a chi la osserva e la racconta, come fossero oscene, irredimibili colpe originarie. In fondo, è a questo prezzo che la città è entrata nella modernità accettando che la pluralità delle sue voci, delle sue risorse, della sua diversità, dell'alterità delle sue forme di vita diventassero - per una cultura dello sviluppo crudamente economicistica - limiti, deficit, patologie da rimuovere.
"Pensata" sempre dagli altri, Napoli ha accettato di essere quel "pensiero" nell'illusione collettiva e tragica che una "recita" mimetica, una commedia - e la contemplazione soddisfatta di se stessa - la rendessero accettabile e accettata. "Moderna", come ci si attendeva che diventasse e fosse, pure nella sua marginalità cui sono stati sacrificati, come ha osservato Franco Cassano, territorio, ambiente, legalità, cultura, bellezza, luoghi sociali, istituzioni pubbliche, élites, futuro.
Anche la catastrofe della monnezza o la crisi di Chiaiano sono "pensate" altrove e Napoli, come inabile ormai ad autorappresentarsi o a riflettere su stessa in autonomia, si lascia rappresentare come un "inferno" chiuso in cui si finisce per non vedere, per non orientarsi. L'inettitudine del ceto politico - la sua complicità e mediocre, ostinatissima autoreferenzialità - si sovrappone all'invasività famelica della camorra - una camorra immaginata grande, onnipresente, onnipotente, una camorra con la C maiuscola - e, insieme, sostengono e sono sostenute da una società civile complice o dell'uno o dell'altra; o insieme dell'uno e dell'altra. Da questa geenna si può soltanto fuggire, la si può soltanto abbandonare al suo infausto destino e dunque alla sua immobilità ineluttabile.
Non è che questa rappresentazione sia immaginata. Il centro sinistra di Antonio Bassolino ha costruito le sue fortune politiche come "partito della spesa pubblica", alimentando cinicamente l'"emergenza rifiuti", come "occasione"; sollecitando una gestione incontrollata delle risorse - europee, in questa nuova edizione; allargando un "blocco di potere", un "magma sociale" (dal professionista al pregiudicato) verticale e socialmente differenziato, che ha ospitato la "mediazione sociale" di una camorra, già grassa dei profitti accumulati dallo smaltimento dei rifiuti industriali e tossici del Nord. E' questo l'inferno che sconforta chi guarda da lontano.
E tuttavia, diceva Italo Calvino, nell'inferno ci sono soltanto due modi per sopravvivere. "Il primo è accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più": è la strada che Napoli e i napoletani hanno percorso e che li rende ciechi, muti, insensibili dinanzi alla catastrofe. Il secondo modo "è rischioso, esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio".
Questo "malgrado tutto" può apparire povera cosa, ma è la sola formula che oggi può arrestare la rovina di Napoli, l'unica bandiera che i napoletani potrebbero (dovrebbero) agitare. Anche a Chiaiano c'è un "malgrado tutto" da raccontare, un "non inferno" da ricordare. Il presidente della municipalità, i sindaci di Marano e Mugnano - la politica, la rappresentanza - appaiono credibili per i cittadini e per le istituzioni. Sono capaci di dialogo. Lasciano cadere ogni politica del "no".
Il degrado urbano di queste periferie non deve lasciar pensare a un esclusivo degrado sociale. Negli ultimi anni il carovita cittadino, l'alto costo degli affitti, la speculazione edilizia ha visto muoversi verso i bordi della città quote di cittadini "consapevoli", non rassegnati alla violenza e al disordine che li circonda. Chiedono - con molte ragioni - una soluzione che rispetti le decisioni del governo nella tutela ambientale dei luoghi, e sanitaria dei cittadini. La popolazione delle tre comunità (Chiaiano, Marano, Mugnano) che si affacciano sulle cave destinate a discarica non è caparbiamente ostile. Nei capannelli lungo Poggio Vallesana si sente anche dire.
"Non possiamo dire soltanto no?" tra il consenso di chi ascolta. Quel che si chiede non è la luna. E' di poter partecipare ai controlli, alle verifiche ripristinando una strategia di fiducia con le istituzioni. Questo solco è stato tracciato ieri ? e confermato oggi ? dagli incontri con Bertolaso. E' un confine che isola chi rifiuta la legalità, chi sceglie la violenza. E' lo sbarramento che dovrebbe trascinare allo scoperto chi vuole risolvere la questione con il fuoco e il ferro. Non c'è la camorra dietro quelle barricate che devono essere rimosse nelle prossime ore.
Non c'è la camorra con la C maiuscola e sarebbe un errore enfatizzarne la potenza, la pervasività. È delinquenza di quartiere che ha piccoli interessi edilizi intorno alle cave e li vedrebbe impoveriti dallo smaltimento dei rifiuti. Ingaggia bande di ultras, facili alla cocaina, già viste in azione nella "battaglia" di Pianura, intorno ai roghi dei capi rom di Ponticelli. È questa delinquenza che sfida lo Stato e ha la possibilità di farcela soltanto se protetta dalla presenza di bambini, donne, anziani. Senza questa inconsapevole difesa, è perduta. E' contro di essa che dovrebbe muovere una prova di forza del governo che ci si augura non sia indiscriminata, brutale ostentazione muscolare.
Se osservata con attenzione e senza pregiudiziali semplificazioni, la crisi di Chiaiano mostra che nell'"inferno" c'è anche traccia di ciò che non lo è. Bisogna "farlo durare e dargli spazio" con pazienza e chi lo sa che anche Napoli riesca a mettersi finalmente davanti a quel benedetto specchio per trovare decenza e dignità.
(27 maggio 2008)
Modeste proposte al governo
Inviato da Maurizio Blondet
18 maggio 2008
La repressione diuturna
dell'onesto: a questo si dedica la civiltà giuridica pubblica italiana.
Temperata, ogni tanto, da un linciaggio popolare. A questo punto, sacrosanto.
Concetto di legalità tutta all'italiana: la nostra libertà consiste nel
simpatizzare con chi la viola, fino a quando la violazione non giunge a certi
estremi. Sacrosanto il diritto dei napoletani che dovrebbero invitare Scalfari
e Eco ad ospitare i rom nei loro superattici.
Come si può constatare, il governo sta risolvendo energicamente il problema della «sicurezza». E tuttavia non abbastanza
rapidamente per la più bollente gioventù italiana, che ha deciso di prendere su di sè l'incombenza. A Napoli, città-modello,
torme di scippatori in motorino, aspiranti all'assunzione a tempo pieno nella migliore industria locale - la Camorra - si
dedicano all'incendio della monnezza e, contemporaneamente, delle baracche degli zingari. E poi andate a dire che non
hanno voglia di lavorare.
E' la conferma che l'iniziativa privata è sempre più efficiente dell'intervento pubblico, come non si stancano di ripeterci
economisti del livello di Giavazzi, Monti e Draghi. Bisogna ammettere però che gli incendi delle roulottes hanno creato una
falsa immagine del Paese. Qualche giornale straniero ha parlato di pogrom, il governo Zapatero ha elevato l'accusa di
razzismo. Tutto ciò è offensivo e ingiusto, e nasce dall'ignoranza della cultura civile italiana.
Essa consiste nella assoluta manica larga verso le illegalità, che compensa di tanto in tanto con scoppi di ferocia punitiva
esemplare. Bisogna tener conto che i periodi di tolleranza sono quasi permanenti; i pogrom sono occasionali e di breve
durata. Ricordatevi di piazzale Loreto. Da quasi settant'anni non appendiamo per i piedi nessun politico, nonostante il
gran numero di meritevoli del trattamento.
Per decenni ho visto, sui tram di Milano, i passeggeri italiani protestare contro i controllori che trovavano qualche
zingarella intenta al borseggio senza essere munita di biglietto: «Poveretta! Lasciatela andare!». Carabinieri che
cercavano di arrestare ladri e rapinatori extracomunitari vengono bloccati da magistrati, che poi rilasciano gli arrestati in
un lampo.
Immagino che il gran cuore di Napoli abbia tollerato anche di più: tipica la scena generosa delle popolane che scendono
in strada ad insultare gli agenti repressivi quando cercano di fermare un malvivente, subito appoggiate dai popolani
maschi che sottraggono il malvivente all'arresto.
L'Italia è fatta così, e bisogna che gli stranieri ipercritici lo riconoscano: da noi, semplicemente, la normale, severa e
quotidiana applicazione delle norme (le famose «regole») non è sopportata. La nostra libertà consiste nel simpatizzare
con chi le viola, fino a quando la violazione non giunge a certi estremi.
A Napoli, la zingarella di turno ha tentato di rubare una bambina (o così dice la mamma): e poichè i figli so' piezz'e core, è
esploso lo sdegno popolare liberatorio. Presto si calmerà, e i rom torneranno a lavorare per la malavita nostrana, che li
arruola generosamente come precarii: anche in quel settore, ci sono certi lavori che gli italiani non vogliono più fare.
Vero è che s'è manifestata un'opposizione tutta italiana allo spontaneismo punitivo. Umberto Eco ha criticato il nuovo
atteggiamento verso i rom sostenendo che il popolo ha bisogno di crearsi un nemico. Eugenio Scalfari ha criticato come
incivili le retate ordinate dal governo Salame nei più grossi insediamenti rom; non è mancata l'alta voce della Chiesa, e
della Caritas, a protestare contro la violazione dei diritti umani. Delegazioni del Partito Radicale hanno visitato campi rom
in segno di solidarietà.
Nel nuovo clima di dialogo, il governo dovrà riconoscere che l'opposizione ha la sua parte di ragione; essa presidia, in
questo momento, la nota immagine di «italiani brava gente», messa in pericolo dalla gioventù napolitana e dai sindaci
lumbard. Come conciliare le due necessità, gli incendi liberatorii «di destra» con il bisogno di esprimere il nostro cuore
generoso «di sinistra»?
Ancora una volta, la soluzione sta nella privatizzazione. Ed è questa la nostra umile proposta al governo-conopposizione.
Umberto Eco è diventato molto ricco, ha sicuramente ville e case in Italia oltre al suo noto superattico a
Parigi. Eugenio Scalfari, che vendette a suo tempo la sua quota di Repubblica per 200 miliardi, non manca certo di vasti
spazi abitativi e di prime e seconde terze ville. I radicali percepiscono da decenni una ventina di miliardi (in lire) ogni
anno, per un presunto servizio pubblico che svolgerebbero. La diocesi del cardinal Tettamanzi regna su un vasto
patrimonio edilizio a Milano, e la Chiesta a Roma su uno ancora più vasto.
Ebbene: che queste anime generose diano l'esempio. Accolgano famiglie di zingari cacciati dai quartieri bassi dalla furia
popolare, e li accolgano nelle loro ville e quartieri alti. Eco ne prenda due o tre nel superattico. Scalfari nella sua bella
casa con terrazza che dà sui tetti di Roma. La Chiesa, nei seminari con cento stanze notoriamente abitati da due o tre
seminaristi.
I lettori di «Liberazione» abitano, almeno a Milano, nella cosiddetta «Zona 1», centro assoluto, fra via dei Giardini e
Montenapo (il solo luogo della città dove Bertinotti continui a prendere la maggioranza assoluta dei voti): li installino lì, i
profughi zingari. Lo spazio, lì, abbonda. Ci sono bellissimi giardini interni dove accampare questi disgraziati discriminati
dal razzismo plebeo. Ci sono anche autorimesse per le Mercedes dei miseri da proteggere.
Mostrino la superiorità morale della classe dirigente, la sua larghezza di vedute, la sua solidarietà - di cui tutti le facciamo
credito, ma che vorremmo ogni tanto veder praticata. Gli zingari, non tutti a Scampia o a Quarto Oggiaro: anche via
Manzoni, il Vomero e piazza Farnese hanno diritto alla loro parte di accoglienza. Condividiamo i benefici della società
aperta multirazziale.
Si avanza questa modesta proposta anche per un altro motivo: il governo e l'opposizione extraparlamentare (Eco e
Scalfari e Tettamanzi) ci paiono alquanto incartarsi sulle misure da prendere, per una evidente scarsa idea di ciò che è
«legale» e che non lo è. La proposta, avanzata da qualcuno di «destra», di prendere le impronte digitali agli stranieri in
entrata, rom compresi, è stata definita razzista da Liberazione («Tornano le leggi razziali»): entrambi paiono ignorare che
quando atterrano in USA, tutti gli europei sono obbligati di routine a fornire le impronte digitali e persino fotografati da
guardie armate, grazie alle nuove leggi post-11 settembre. E come si sa, gli USA sono il modello della democrazie e del
pluralismo. Hanno tanta democrazia là, che la esportano in tutto il mondo. Ce ne insegnano ogni giorno di più.
D'altra parte, il governo Salame si è cacciato in un vicolo cieco nel suo generoso impulso a soddisfare la richiesta
popolare: via tutti i clandestini! Immediata espulsione! Solo che i clandestini sono 780 mila almeno, e fra essi 350 mila
badanti che cambiano i pannoloni ai nostri vecchi. Queste, la volontà popolare vuole assolutamente risparmiarle; e del
resto, le badanti sono clandestine solo in forza delle cosiddette «leggi» italiote (o ciò che noi chiamiamo leggi), draconiane
in apparenza e perciò mai applicate in sostanza. Esse hanno chiesto il permesso di soggiorno, i loro datori di lavoro sono
dispostissimi a testimoniare a loro favore: ma la nota burocrazia italiota assenteista non espleta le pratiche, ha arretrati di
anni.
Lo stesso dicasi per i lavoratori extracomunitari che affollano le fabbriche nel mitico Nord Est: quello stesso luogo da cui
si alza più forte il grido «Fuori gli extracomunitari», e che per questo ha dato forza elettorale alla Lega, è anche quello
che non vorrebbe assolutamente l'espulsione dei suoi operai senegalesi, romeni e serbi, ormai preziosi dato che gli
italiani certi lavori non li vogliono più fare.
Il neoministro degli Interni, Maroni, ha assicurato che farà le «distinzioni» dovute. Attendiamo a piè fermo questa
innovazione legislativa senza precedenti: una legge che insieme colpisce l'immmigrazione clandestina, e che però esenti i
clandestini utili e necessari. In nessun'altra civiltà giuridica le leggi fanno tali distinzioni. Perchè le leggi, semplicemente,
non sono concepite per questo. Si suol dire, in altre civiltà, che la legge «è uguale per tutti».
Ma non è ignoto che in Italia si sta sviluppando, da anni, una cultura giuridica del tutto inedita. Le leggi si fanno ad
personam; delitti identici vengono puniti in modo doverso, secondo la condizione della persone delinquente. I camorristi
e mafiosi pluriomicidi vengono addirittura assunti dallo Stato come collaboratori di giustizia; i delinquenti di mezza tacca,
che non sono in grado di offrire la loro preziosa collaborazione perchè esterni alla criminalità organizzata, subiscono tutti i
rigori della legge penale, senza sconti.
L'evasione fiscale è considerata un delitto peggiore dell'omicidio plurimo aggravato, specie se a commetterla sono
persone che si chiamano Previti, o sono bottegai da 1.000 euro al mese di guagdagno. Norme che obbligano un
occupante di spazi televisivi abusivo a restituire le onde alla emittente che le ha pagate, non vengono applicate, se
l'emittente in violazione si chiama Rete 4.
Un rom ubriaco pluriomicida sta agli arresti domiciliari; teppisti di destra omicidi vengono sbattuti all'ergastolo, perchè di
destra. Lo stupro è punito duramente se lo commette un romeno; completamente impunito se lo commette il papà italiano
della stuprata.
A nostro sommesso parere, è difficile accentuare ulteriormente questa tendenza al diritto penale ad personam. Secondo
noi, Maroni rischia, per volontà di fare il bene, di aggravare il noto stato giuridico italiota: l'emanazione di leggi durissime,
inapplicabili per la loro stessa durezza, che però vengono temperate dalla generale inosservanza di dette leggi.
Ci domandiamo se non sia proprio questo il motivo per cui 160 mila zingari, e centinaia di migliaia di malviventi balcanici
si siano fiondati in Italia. Non vorremmo che finisse come al solito: che ad essere angariate, perseguitate ed espulse
siano le badanti ucraine e romene, per il fatto che sono più facili da beccare in flagrante mentre cambiano il pannoloni al
nonno abbandonato dai figli. Più difficile beccare lo zingaro che ruba macchine, la banda albanese che rapina in villa e
tortura i rapinati. Quelli se la squagliano, sparano, hanno ottimi avvocati. Non a caso, il 98% dei furti, e oltre l'80% degli
omicidi, in Italia permangono impuniti.
La repressione diuturna dell'onesto: a questo si dedica la civiltà giuridica pubblica italiana. Temperata, ogni tanto, da un
linciaggio popolare. A questo punto, sacrosanto.
Rende perplessi, si deve confessarlo, anche la proposta del neo-ministro della Difesa, il benemerito Larussa - di
organizzare contro i clandestini ronde di militari dell'Esercito. A rincalzo delle scarse forze di polizia, per lo più impegnate
a scortare senatori a vita, a guidare le auto blu della sovraffollata casta, ad accompagnare magistrati e signore dei
generali della Finanza.
Si vorrebbe chiedere: di grazia, le forze armate sono forse più numerose e meno impegnate? Tutte quelle di una qualche
competenza sono sparse nei Balcani, in Libano, in Afghanistan, in una delle decine operazioni di «pace» in giro per il
mondo. Resta solo qualche sottufficiale intento a rubare quarti di bue e cesti di verdura nelle furerie delle caserme
svuotate. Vogliamo mandare un pover'uomo del genere in ronde anti-clandestini?
Ci sono, beninteso, i generali, in numero prodigioso, per un Paese che da sempre ripudia la guerra; ma sarebbe brutto
vederli per le strade a controllare i clandestini, a bordo dell'autoblù con attendente. La disciplina potrebbe soffrirne. E
poi, come farebbero i militari a distinguere i clandestini utili dai clandestini dannosi? Con quali regole di ingaggio verso le
badanti e i raccoglitori di pomodori tunisini?
Tanto più che il Salame in capo ha deciso di utilizzare i militari per risolvere il problema dei problemi: la Monnezza.
Commissari per la mommezza sono stati promessi in ogni città: ma scusate, il Commissario Monnezza a Napoli - figura
permanente, istituzionale - cos'ha mai fatto? Anche De Gennaro, il superpoliziotto, ha fallito e sta per gettare la spugna.
Ora, affiancato da militari, il nuovo commissario all'emergenza permanente, saprà fare meglio?
S'indovina che Berlusca voglia usare i soldati e i loro automezzi per raccogliere la monnezza di Napoli, e scortarla in
discariche «segrete». Pieni di ansiosa aspettativa, attendiamo di vedere come discariche con milioni di ecoballe saranno
mantenute segrete. Specie alla gloriosa popolazione campana, diuturna sorvegliante delle sue discariche sotto casa; e
pronta ad affiancare i più famosi delinquenti locali nella resistenza aggravata ai pubblici ufficiali.
Qui, la nostra modesta proposta riguarda l'uso proprio dei militari: siano impiegati non per raccogliere la monnezza
direttamente, ma per obbligare - sotto la minaccia dei mitragliatori d'assalto in dotazione - per obbligare alla raccolta i 30
mila netturbini napoletani, a cui si potrebbero aggiungere per l'emergenza i funzionari e i sindaci che li hanno assunti.
Naturalmente non ci aspettiamo che questa modesta proposta venga accolta. Il nuovo governo ha evidentemente altre
soluzioni, altamente creative, che ci stupiranno per la loro novità geniale.
Ce lo dice un fatto ben preciso: l'abolizione dell'ICI. Giustissima, dopotutto il 72% degli italiani è proprietario della casa in
cui abita, e la casa è il bene più supertassato in Italia. C'è solo un piccolo dettaglio: come si concilia il programma
«federalista» del governo con l'abolizione della tassa che consente la cosiddeta «autonomia fiscale» ai cosiddetti enti
locali?
La misura è contraria al federalismo. I Comuni avranno una scusa in più per battere cassa allo Stato centrale. Il
federalismo con centralizzazione fiscale pare una contraddizione in termini.
Aspettiamo, con vibrante attesa, la soluzione di questa aporia logico-programmatica. E morte ai clandestini!
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