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| Inviato Martedì, 23 ottobre @ 09:01:27 CEST dell'anno: 2007 da redazione | ||
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Cinismo atomico
Noam Chomsky
Ci vuole un disarmo nucleare mondiale: in gioco c'è l'esistenza del genere umano
Internazionale 715, 18 ottobre 2007
I paesi che hanno armi nucleari sono criminali. L'articolo 6 del Trattato di non proliferazione nucleare impone agli stati di negoziare per eliminare definitivamente le bombe atomiche. Nessuno dei paesi in possesso di armi nucleari l'ha mai fatto. In prima fila fra quelli che non rispettano quest'obbligo ci sono gli Stati Uniti e, in particolare, l'amministrazione Bush.
Il 27 luglio Washington ha stipulato con l'India un accordo che contraddice apertamente la parte centrale del Trattato di non proliferazione. L'India, come Israele e il Pakistan (ma non l'Iran), non ha firmato il Trattato.
Con l'accordo di luglio – che ha suscitato forti polemiche all'interno del governo indiano, al punto che New Delhi potrebbe essere costretta a tornare sui suoi passi – l'amministrazione Bush non fa che avallare questo comportamento criminale.
L'accordo viola infatti la legislazione statunitense e scavalca il Nuclear suppliers group, il gruppo di 45 paesi che ha stilato una normativa rigorosa per ridurre i rischi di proliferazione.
Daryl Kimball, direttore esecutivo dell'Arms control association, osserva che l'accordo non impedisce all'India di compiere ulteriori esperimenti nucleari e "cosa incredibile, Washington si impegna ad aiutare New Delhi ad assicurarsi forniture di combustibile da altri paesi, anche nel caso che l'India riprenda gli esperimenti". Tutto questo costituisce una violazione diretta degli accordi internazionali in materia di non proliferazione.
È probabile che l'accordo tra Stati Uniti e India spingerà anche altri paesi a violare le regole. Pare che il Pakistan stia costruendo un reattore per la produzione di plutonio da usare nelle armi atomiche. E Israele, la superpotenza nucleare della sua regione, fa pressione sul congresso americano per ottenere privilegi analoghi a quelli dell'India.
Francia, Russia e Australia vogliono concludere accordi con l'India, come ha fatto la Cina con il Pakistan. E non ci si può certo sorprendere, visto che la superpotenza globale ha dato il cattivo esempio.
Dietro l'accordo di luglio ci sono varie motivazioni, militari e commerciali, ma la prima ragione è strategica: isolare l'Iran. Kimball osserva che gli Stati Uniti accordano all'India "condizioni commerciali più favorevoli di quelle riconosciute a paesi che rispettano tutti gli obblighi" imposti dal Trattato.
È evidente il cinismo che c'è dietro questa scelta. Washington ricompensa gli alleati e i clienti che ignorano le disposizioni del Trattato di non proliferazione, ma al tempo stesso minaccia di far guerra all'Iran, che a quanto risulta non l'ha mai violato.
In questi ultimi anni India e Pakistan hanno fatto grandi passi per allentare le tensioni bilaterali. Sono stati incoraggiati i contatti tra i due popoli e i governi hanno avviato colloqui sulle numerose questioni ancora aperte. Sono sviluppi promettenti che rischiano di essere vanificati dall'accordo nucleare tra Stati Uniti e India.
Uno dei mezzi proposti per creare fiducia nella regione era un gasdotto che dall'Iran, attraversando il Pakistan, arrivasse in India.
Il "gasdotto della pace" avrebbe costituito un elemento di coesione della regione e avrebbe aperto nuove possibilità di integrazione. Il gasdotto potrebbe essere una delle vittime dell'intesa sul nucleare: Washington non lo vuole, perché preferisce isolare il nemico iraniano, e offre all'India il nucleare in cambio del gas iraniano perduto.
Nel 2006 il congresso americano ha approvato lo Hyde act, un provvedimento legislativo che impegna il governo "a garantire la piena e attiva partecipazione dell'India agli sforzi intrapresi dagli Stati Uniti per dissuadere, isolare e, se necessario, sanzionare e contenere l'Iran per i suoi tentativi di dotarsi di armi di distruzione di massa". Vale la pena di ricordare che la grande maggioranza degli americani (e degli iraniani) è favorevole a trasformare il Medio Oriente – Iran e Israele compresi – in una regione libera dalle armi atomiche.
E che la risoluzione numero 687 adottata il 3 aprile 1991 dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu – cui Washington si richiamava quando cercava una giustificazione per invadere l'Iraq – sostiene "la creazione nel Medio Oriente di una zona libera da armi di distruzione di massa e da tutti i missili usati per lanciarle".
Com'è evidente, non mancano i modi per uscire dalle crisi in corso. L'accordo tra Stati Uniti e India deve essere fermato. La minaccia di guerra nucleare è grave e incombente, e il motivo è anche che i paesi dotati di armi nucleari, Stati Uniti in testa, si rifiutano di rispettare gli obblighi sottoscritti.
Il congresso americano, dando voce a una cittadinanza stufa di giochetti atomici, potrebbe respingere questo accordo. Ma ancora meglio sarebbe affermare la necessità di un disarmo nucleare globale, visto che è in gioco la sopravvivenza stessa del genere umano.
Vogliono tassare internet
Maurizio Blondet
18/10/2007
Entro pochi giorni, gli americani potrebbero dover pagare un’imposta anche solo per accedere ad internet, creare un blog e spedire una mail (1).
Il primo novembre prossimo scade la moratoria, firmata nel 1998 dal presidente Clinton, che sospende la tassazione (che allora già nove stati avevano applicato) sull’accesso, il download di musica, le-mail, il commercio elettronico.
Si trattava di una moratoria, appunto.
Potenti note lobby (sostenute dai governi locali che vogliono fare cassa) sono riuscite a ottenere che quella legge avesse solo un effetto sospensivo e a termine, anziché permanente.
Gli argomenti contro un’esenzione permanente già fanno capire quali lobby sono pro-tasse.
David Quam, il direttore per le relazioni federali della National Governors Asssociation, parla per i governatori ma anche per le compagnie telefoniche: che temono la concorrenza del telefono via Internet (VoIP) e dei grandi network, che vedono come il diavolo lo sviluppo della tv sul web (IPTV).
«Dare ai provider la capacità di confezionare insieme i contenuti e questi altri servizi costituisce una zona di elusione», dice Quam: «Vengono esentati servizi che sono tassati quando non sono su internet».
Se il VoIP finirà per rimpiazzare del tutto il telefono, aggiunge, gli stati perderanno 20 miliardi di dollari annui in mancati introiti tributari (2).
In realtà, la mira è un’altra.
Difatti già oggi la moratoria non esenta le vendite fatte su internet, nel senso che scaricare una canzone o un film in modo legale, o ordinare un libro da Amazon o un oggetto da eBay, è soggetto alle stesse tasse applicabili alle vendite in negozio o per corrispondenza.
Ci dev’essere un’altra lobby che preme per far pagare agli utenti la colpa di cercare le notizie su Internet anziché sui grandi media autorizzati, e dalla lobby controllari.
E questa lobby ignota spera di far spirare la moratoria alla chetichella.
La Commissione Giustizia della Camera dei rappresentanti ha accettato l’idea di estendere ancora un po’, magari, la moratoria, ma ha rifiutato di prendere in considerazione una legge che esenti da tasse internet in modo permanente.
Il parlamentare Jim Walsh, per fortuna, ha suonato l’allarme.
«Negli ultimi vent’anni, internet ha rivoluzionato il modo in cui comunichiamo, il modo in cui i nostri figli imparano, e il modo in cui facciamo gli affari. Oggi andiamo su internet per trovare un lavoro, una nuova casa, o la cura migliore per la malattia di un nostro caro. Tassare l’accesso ad internet colpirebbe la nostra economia e la nostra qualità della vita».
«E’ come tassare qualcuno perchè entra in una biblioteca o in un grande magazzino», ha rincarato il senatore dell’Oregon Gordon Smith.
E anche lui ha parlato di un effetto di stagnazione dell’economia, degli investimenti e dell’innovazione che verrebbe provocato dalle tasse.
Già queste proteste dicono a cosa mira la ignota lobby che non si dichiara.
Un sito di mera informazione (come EFFEDIEFFE.com, per fare un esempio a caso), che non guadagna nulla perché nulla vende, ed è basato sul lavoro gratuito, sarebbe ammutolito dall’imposizione fiscale.
Il movimento-verità su «ciò che è veramente successo l’11 settembre» non avrebbe avuto voce, e conosceremmo solo la versione ufficiale.
Il candidato anti-guerra Ron Paul continuerebbe ad essere una non-persona, mai citata dai grandi media controllati.
Ignoreremmo persino i nomi dei professori Walt e Mearsheimer e del loro saggio «The Israeli lobby».
E non sapremmo nulla (già sappiamo poco, avendo Israele vietato l’accesso dei giornalisti a Gaza) della tragedia del milione e mezzo di palestinesi chiusi lì e messi alla fame (3).
Con quali effetti?
Un sondaggio della Pew Internet & American Life Project (marzo 2007) ha mostrato che 71 adulti su cento usano regolarmente internet, e addirittura l’87 per cento dei giovani dai 18 ai 29 anni. Ancor più: ha mostrato che l’uso di internet non varia molto per gruppi di redito familiare, per razza ed etnia, e per posizione geografica.
Se gli americani che vivono in città e nei suburbia residenziali sono utenti internet al 73%, lo sono anche il 60% degli abitanti in zone rurali.
Anche i meno istruiti, anche i negri, e anche i meno benestanti sono utenti di internet in USA.
E’ ciò che accadrà anche da noi in Italia, un giorno, speriamo.
E un’altra indagine condotta da Technorati mostra quanto segue: per coloro che su internet cercano informazione, la credibilità dei blog e dei siti è almeno pari a quella dei «grandi» media ufficiosi.
Technorati ha notato che sta crescendo il numero di blog annessi ai cento più frequentati siti web, e questi blog sono ricchissimi d’informazioni che vengono «dal basso».
E queste informazioni hanno autorevolezza, per gli utenti, pari a quelle di «marchi» accertati, come il New York Times.
Si può capire l’allarme della ignota lobby. E si capisce meglio la recente proposta di Franco Frattini, il «nostro» commissario UE, di censurare internet con la scusa che «su internet si imparara fare le bombe» e i «terroristi islamici» si parlano.
Sempre uguali, questi commissari del popolo. Come ai tempi belli dell’URSS.
Negli Stati Uniti, la proposta anti-tassazione del deputato Walsh ha raccolto 237 firmatari al Congresso: il che significa che un bando permanente della tassazione all’accesso internet passerebbe senza difficoltà.
Ma si sa già che non passerà, per il semplice fatto che non sarà discussa.
Tutto ciò che si potrà ottenere sarà, magari, un’estensione della moratoria.
E della spada di Damocle sull’informazione non-autorizzata.
E’ poco, ma almeno in USA si muovono i parlamentari, evidentemente premuti dal loro elettorato.
Il commissario Frattini non è stato eletto da nessuno, ma – come tutti i suoi colleghi commissari UE – indicato e cooptato.
Non ha elettorato a cui rispondere.
Risponde alle lobbies, ignote e note, che l’hanno messo lì.
Maurizio Blondet
Venerdì, 14 Settembre 2007
I CRAVATTARI DELLA GESTLINE
Sentite questa:«Vincenzo F., cinquantenne di San Giorgio a Cremano, viene ricoverato lo scorso anno, prima in Francia poi al Policlinico, per una delicata operazione al cuore. Qualche tempo prima si è separato e ha cambiato la sua residenza, stabilita in un altro Comune della provincia di Napoli. Due mesi in corsia, poi Vincenzo viene dimesso e torna alla vita normale. Nel frattempo due suoi immobili del valore di mezzo milione sono stati venduti a 44mila euro. “La Gestline vanta di aver eseguito la notifica dell’avviso di vendita dell’immobile - prosegue Pisani [un avvocato che cura gli interessi dei perseguitati della Gest Line, ndr.] - e non avendo trovato l’interessato lo ha dichiarato irreperibile, procedendo a sua insaputa nella procedura esecutiva”. Venerdì Vincenzo ha ricevuto dagli acquirenti l’avviso di sfratto. “La legge - conclude Pisani - non gli permette di rientrare in possesso della casa. La Gest Line fa le cartelle, le notifiche, le esecuzioni, non c’è un terzo soggetto che controlli. Si va dal giudice solo per opposizione: ma cosa si fa se, come in questo caso, l’interessato non sa nulla?”». Da il Mattino del 22/05/2007 Ancora, da una lettera inviata da Fabio Tamburro, napoletano, a la Repubblica (e pubblicata venerdì 27/04/07):«Qualche mese fa, ho pagato una cartella esattoriale con 24 ore di ritardo. Perché? La Gestline (società addetta alla riscossione) il giorno della scadenza ha chiuso l’accesso al pubblico alle 9.45 rispetto all’orario dichiarato delle 13.00…Per quale motivo mi siano state addebitate spese di “notifica” senza che nessuna spesa e nessuna notifica sia mai avvenuta non capisco, per un ritardo, ribadisco, non dovuto alla mia volontà, ma al pessimo servizio. Inoltre dei cento euro pagati come penale, 21,74 sono stati calcolati come “interessi di mora”. Su 1.525 euro del mio debito, per 24 ore, fanno il rispettabile tasso dell’1,4% al giorno (che corrisponderebbe al tasso del 535% annuo). » Interessi al 535% annuo: roba da pogrom, da giustizia sommaria di piazza. Gli esempi potrebbero continuare all’infinito: basti pensare che, solo a Napoli «…un milione e mezzo di cittadini, uno su due, ha un conto in sospeso con la società di riscossione» (da la Repubblica del 28/12/2006).Con questi sistemi da criminali, la Gest Line ha incassato, nel solo corso del 2006, qualcosa come 300 milioni di euro! Un folle turbinio di vendite all’asta, ipoteche, pignoramenti di beni presso terzi eseguiti in tutta fretta ai danni di inermi cittadini per presunti crediti talvolta anche inferiori agli ottomila euro. Pare l’agire forsennato di assatanati mercanti di denaro, intenti a rastrellare in tutta fretta enormi quantità di capitali al fine di rientrare in un grosso credito: in effetti Rita Pennarola su “La Voce della Campania” del 1° marzo 2006 delinea un incredibile scenario di fantapolitica che parrebbe dar conto della sconcia ingordigia di denaro che tormenta i pescecani della Gest Line. La spy-story ordita dalla Pennarola prende le mosse dall’esborso di tremila miliardi di lire da parte del San Paolo di Torino (azionista della Gest Line) per acquistare, alla fine degli anni novanta, il pacchetto dell’ex Banco di Napoli dalla Banca Nazionale del Lavoro, che, guarda caso!, pochi mesi prima lo aveva rilevato, in cordata con l’INA, per appena 61 miliardi. Quale intrigo finanziario aveva spinto l’istituto di credito torinese a pagare una plusvalenza da capogiro: ben 2.939 miliardi di vecchie lire, per salvare la BNL che era ormai sull’orlo del tracollo finanziario? Così articola il suo delirio la Pennarola, intingendo la lingua in un inchiostro allucinogeno: «4 agosto 1989. L’Fbi perquisisce la sede di Atlanta della Banca Nazionale del Lavoro e porta alla luce uno scoperto pari ad oltre duemila milioni di dollari pagati ad industrie belliche per fornire armi all’Iraq di Saddam Hussein durante la guerra contro l’Iran, nemico numero uno degli Stati Uniti. L’alleato Italia aveva provveduto con le risorse economiche dei cittadini a finanziare quel conflitto per ridurre la potenza di Khomeini e dei suoi, attraverso il dittatore iracheno.»Per impedire che gli scheletri dell’operazione Atlanta venissero a galla, bisognava evitare il fallimento della BNL trovando in tutta fretta almeno duemila miliardi per un salvataggio in extremis. Così continua il racconto della Pennarola:«L’11 giugno del 1997 l’allora ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi sottoscrive il contratto con cui viene ceduto per appena 61 miliardi di lire il 60 per cento del capitale Banco Napoli alla cordata INA-BNL.»A questo punto prende forma la curiosa alchimia finanziaria: il pacchetto dell’ex Banco di Napoli passa di mano, e dalla BNL finisce al San Paolo di Torino per la bella cifra di tremila miliardi di vecchie lire, che vanno a ristorare le esangui casse della BNL, disastrate dalla cosiddetta Operazione Atlanta. Intanto, il 17 dicembre 2001, alla Camera di Commercio di Napoli viene iscritta la Gest Line, una società per azioni con un unico socio (il San Paolo IMI spa,), con sede in via Roberto Bracco 20 - nel cuore della city partenopea – e con un capitale versato di 3.422.500 euro. L’inferno per milioni di contribuenti prende inizio con la stipula delle convenzioni con i comuni - a cominciare da quello partenopeo - per l’esazione dei tributi: le normali procedure esecutive che prevedono l’accertamento del debito e la valutazione dell’immobile attraverso perizia, vengono stravolte con frettolosa disinvoltura dalla Gest Line, che subito ha cominciato a mettere all’asta immobili per debiti da poche migliaia di euro e per giunta al valore catastale: è successo ad esempio a Casoria, ove un appartamento di tre vani è stato venduto con una base d’asta di 14 mila euro, mentre a Bagnoli si è partiti da 40 mila euro, infine un immobile di sei vani di via Chiaia, a Napoli, è stato scandalosamente venduto con una base d’asta da 260 mila euro. A questo punto vien da chiedersi: da questa operazione il San Paolo cosa ci ha guadagnato? Perché sborsare tremila miliardi per il cadavere del Banco di Napoli che solo qualche mese prima era stato valutato appena 61 miliardi? Se i retroscena di questo giallo politico-finanziario restano oscuri, chiare e inquietanti sono le presenze in quest’affare di alcuni personaggi-chiave del famigerato club Bilderberg, un’accolita di gran sacerdoti dal tanfo massonico devoti al Dio delle Tenebre che periodicamente si incontrano in summit supersegreti, ove ordiscono oscure trame e tessono le fila dell’economia e della politica planetaria. Il fine di questa lercia nidiata di iene dalle vaghe parvenze umane è la totale eclissi del Sacro, la dissoluzione delle ultime, fuggenti vestigia dell’Ordine Tradizionale del Mondo e l’instaurazione della tirannide Nichilista che, per gli umani già oltre la soglia dell’Età Oscura, dispiega a piene mani disperazione esistenziale e solitudini estreme, istigando al vilipendio di ogni valore religioso e promuovendo ogni cosa che sia inno alla morte e dispregio alla vita: annientamento del matrimonio eterosessuale, apologia del preservativo e del turpe coito anale tra sodomiti, esaltazione dell’aborto, infine incitamento al consumo di droghe ed elogio dell’eutanasia.Spicca, tra i fondatori del club Bilderberg, il gruppo Rotschild, che fu l’advisor per la svendita del Banco di Napoli alla BNL, e la stirpe italiota degli Agnelli, a cui fa capo il San Paolo di Torino. Capitalismo e depravazione: sniffava coca, l’Avvocato, a bidonate, tanto da procurarsi la perforazione del setto nasale. Leggenda vuole che Gianni Agnelli si fosse fatto impiantare un setto nasale d’oro (o d’argento, o di platino, secondo altre versioni). Che tra i rampolli dei padroni della FIAT alligni corruzione nichilista e lussuria satanica, lo attesta l’orgiastico festino a base di sfrenato sesso anale tra depravati e allietato da fiumi di eroina, oppio e cocaina, fornita in dosi generose da spacciatori nigeriani che ha mandato in coma Lapo Elkann (sodomizzato da un marchettaro ultracinquantenne dalle carni flaccide e bavose), e salvato in extremis dai medici del reparto di rianimazione dell’ospedale Mauriziano di Torino. Poteva avere nel suo letto le più belle ragazze della Terra, il giovane nipote dell’Avvocato Agnelli, però il suo cuore batteva (e le sue natiche, languide, fremevano) per i titillamenti di un sodomita di professione, tale Lino Brocco, un trans pugliese soprannominato “il carabiniere” (nome d’arte: “Patrizia”).Del resto le mosche-cocchiere del nichilismo capitalista, non fanno mistero nel dichiarare che squatter, utili idioti “No Global”, rifiuti umani acquartierati nei centri sociali e nel troiaiao femminista, condividono indissolubilmente con banchieri e pescecani della finanza transnazionale tanto l’etica quanto le pulsioni profonde: John Lloyd, direttore del magazine del Financial Times, in un’intervista a la Repubblica di domenica 8-5-05 ha levato un inno in gloria della nuova… «… ricchezza prodotta senza fumo, senza sporcizia e senza classe operaia. Essa…facilita il sostegno a cause nuove-quali il femminismo, l’antirazzismo, l’emancipazione dei gay- che ben si armonizza all’economia del mercato.»***Curiosa la reticenza di Rita Pennarola e degli altri scribacchini de “la Voce della Campania” su di una voce inquietante (in effetti, più che di una notizia certa, pare che si tratti di una diceria avvolta dal mistero, quasi una leggenda metropolitana) che ossessivamente risuona per le suburre informatiche della Rete; navigando per il Web sulle tracce dei misfatti della Gest Line, si resta interdetti dal frequente ricorrere di una ghiotta indiscrezione: parrebbe che a reggere le fila del terrorismo finanziario della “Banca Armata” Gest Line, sarebbero nientemeno che la moglie e il figlio del governatore Bassolino, nonché la Jervolino, sì, proprio lei, la Rosa Russo Jervolino: un bipede dalle vaghe parvenze femminili e dalla ridicola voce gracchiante, da vecchio pappagallo catarroso. Transumante sin dal medioevo per i fetidi meandri della politica partenopea e nazionale, costei, per sciagura dei napoletani, Sindachessa di Napoli, ora è: la vedi incedere con aria spavalda tra cassonetti stracolmi d’immondizia dati alle fiamme, ignara delle tonnellate di diossina a go-go tumultuanti nell’aria: diossina, tanta diossina da spalmarla come Nutella sul pane dei vostri bambini; e neanche si degna, lo stagionato gallinaccio sopravvissuto al tracollo della paranza malavitosa democristiana, di cogliere il saluto dei topi di fogna grossi come conigli (le fanno ciao-ciao con la manina al suo passaggio) intenti a ballare indisturbati la Macarena su montagne di rifiuti che lambiscono i primi piani delle case.E che dire del figlio e della moglie di Bassolino? (O ex moglie: vallo a sapere se la senatoressa dei DS Carloni Anna Maria divida ancora il talamo, la tazza da cesso o il pitale con un tal rozzo, cacagliante Presidente della Regione Campania). In attesa di qualcuno che ci dica qualcosa -con chiarezza- sui rapporti tra costoro e la Gest Line, il nostro pensiero va a Bassolino; provate ad immaginare questo crumiro diossino col vestito buono della festa (tipo cafone in viaggio di nozze) intento ad aspirare voluttuosamente, neanche fosse cocaina, la polvere dei marciapiedi che costeggiano le banche della City londinese o del letamaio massonico di Wall Street.Perentoriamente convocato via telefono dall’usciere di qualche merdoso banchiere, questo farfagliante ex sindacalista CGIL di Afragola, senza batter ciglio, è solito precipitarsi con le braghe in mano in missione presso qualche filiale della Merryl Lynch (o della Goldman Sachs, fa lo stesso). Là, davanti all’antro di qualche pederasta della finanza internazionale, mentre fa umilmente anticamera intento a lustrarsi le scarpe sui polpacci e con la fronte religiosamente china verso il suolo, chissà se talvolta succede, a questo impresentabile avanzo della grande epopea comunista, di pensare che in effetti l’uomo conta più dei mercati. C’è da dubitarne: non hanno di questi pensieri, i rinnegati convertiti al dio che governa la borsa e presiede ai mercati finanziari.
Feanor
Quel che gli estroversi dovrebbero sapere
Uno psicologo prova a chiarire nel suo sito che cosa significhi essere introversi: per evitare incomprensioni
Timido, asociale, arrogante, apatico: questi sono solo alcuni dei difetti che chi è estroverso affibbia a chi rinuncia a un surplus di vita sociale in cambio di attività e pensieri a proprio uso e consumo. Non c’è nulla di male nell’essere amanti delle relazioni sociali, ma ci sono davvero tutti questi difetti in chi sceglie una strada più solitaria? Secondo Brian Kim no: si tratta semplicemente di un modo diverso, meno diffuso, di vivere la propria vita. Ma, in fondo all’anima, i desideri e i bisogni sono comuni a entrambe le categorie.
I CINQUE PUNTI - Ecco allora le cinque cose principali che un estroverso dovrebbe considerare quando si trova di fronte a una persona con caratteristiche comportamentali opposte alle sue.
1) Se un individuo è introverso non vuol dire che sia timido o asociale. Questa è di sicuro l’accusa più frequente anche se è sbagliata. Chi è dedito al pensiero più interiore presenta una maggior attività cerebrale a livello dei lobi frontali, aree deputate al pensiero complesso e alla soluzione di problemi, mentre l’estroverso ha una maggior attività nella parte posteriore del cervello, vale a dire quella che si occupa degli impulsi sensoriali provenienti dall’esterno.
2) L’introverso non ama la conversazione superficiale. In realtà, la ritiene una perdita di tempo, mentre ama molto le conversazioni profonde, alle quali partecipa con entusiasmo.
3) Gli introversi amano socializzare. Lo fanno in un modo diverso e più raramente degli estroversi, scegliendo i loro interlocutori e non accontentandosi del primo che passa; ma quando decidono di aprirsi con qualcuno sono in grado di mantenere una conversazione e persino di diventarne il centro.
4) L’introverso ha bisogno di stare da solo per ricaricarsi. Gli inviti rifiutati e le occasioni sociali spesso evitate fanno pensare a individui scontrosi; la realtà, però, è che gli introversi parteciperebbero volentieri, ma essendo una pratica che richiede loro molta energia la dosano, diluendo gli impegni.
5) Gli introversi sono socialmente ben inseriti. L’essere più attenti a quello che succede dentro non significa non essere in grado di vivere adeguatamente quello che sta fuori.
INTROVERSI O ESTROVERSI? - E’ perfettamente logico che nella nostra società venga attribuito un valore spesso negativo all’introversione. Non dobbiamo dimenticare che l’umanità si è sviluppata anche grazie ai contatti sociali e alla capacità di comunicare. E’altrettanto importante ricordare che una minore quantità di rapporti sociali non significa essere anormali o asociali. Albert Einstein, Isaac Newton, Charles Darwin erano di sicuro introversi, non per questo qualcuno può dire che fossero persone prive di contatto con la realtà e estranee alla loro società.
Emanuela Di Pasqua
Gaza: una popolazione punita collettivamente - 4-10-07
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di Luisa Morgantini A seguito delle dichiarazioni di Israele che ha definito l'intera Striscia di Gaza "entità nemica" e ha annunciato un piano di sanzioni economiche per il milione e mezzo di persone che vi abitano, la vicepresidente del Parlamento europeo, Luisa Morgantini, ha diffuso il seguente comunicato. | ||||||||||||||||||
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Gaza è una gabbia dalla quale pochissimi riescono ad uscire o entrare: centinaia di persone malate che devono curarsi all'estero sono costrette a sospendere le cure, più di 600 studenti con scholarship all'estero in questi ultimi giorni di chiusura totale sono rimasti intrappolati nella Striscia perdendo la possibilità del loro futuro. La dichiarazione di Gaza come "entità nemica" da parte del governo israeliano inventa una nuova formula nell'ormai indefinito marasma della legalità internazionale. Bloccare l'elettricità e il combustibile è invece un'ulteriore violazione del diritto internazionale, una punizione collettiva. Insieme ad una delegazione del Parlamento Europeo ed accompagnati dall'Unrwa, l'Agenzia Onu per l'assistenza ai profughi palestinesi, siamo riusciti ad entrare prima dello Yom Kippur, festa israeliana e prigione per tutti i palestinesi visto che l'esercito israeliano ha decretato per tre giorni la chiusura di tutti i territori. Gaza è una città quasi fantasma, poca gente in giro, poche auto, tante case distrutte dai raid, gli ospedali senza risorse, le infrastrutture condannate alla dismissione per mancanza di fondi e di materie prime. Le fabbriche situate nelle zona industriale di Karni, sono chiuse e nei magazzini vi sono centinai di quintali di materiali, mobili già pronti da esportare in Israele o in Giordania, vestiti da vendere per la stagione estiva ormai finita. Perdite di milioni e milioni di dollari, la disperazione di famiglie che non hanno neppure la possibilità di comprarsi il pane. E' Ramadan, ma i pochi negozi aperti a Gaza non hanno esposto, così come si vede in Cisgiordania o come si vedeva a Gaza, l'impasto per il Kataief, il dolce per il Ramadan. L'embargo imposto dal governo israeliano deve cessare immediatamente. Questa politica è filo spinato sulla via della pace. E' quanto le è richiesto anche dall'Onu e dall'Unione Europea, voci che Israele non può far finta di non ascoltare: troppe volte le sue violazioni del diritto umanitario internazionale e dei diritti dell'uomo, in Cisgiordania come a Gaza, sono rimaste impunite e tollerate, a cominciare dalla mancata applicazione delle risoluzioni Onu, dalla costruzione del Muro, dichiarato illegale dalla Corte dell'Aja ormai quattro anni fa, e dal furto sistematico e "legalizzato" di terre dei palestinesi, che se a Gaza sono prigionieri, lo sono però anche nella West Bank, dove quando non è il muro che divide palestinesi da palestinesi, ci sono più di 600 check-point e i soldati a farlo. Ma le voci di preoccupazione devono diventare azioni concrete per impedire non solo la perdita di vite umane, di dignità, di libertà della popolazione palestinese, ma anche lo sterminio della legalità internazionale. Come Parlamentari Europei abbiamo chiesto all'Unione Europea una posizione chiara contro l'embargo praticato dalle Autorità israeliane a Gaza e che Israele rimuova check point e le serrate affinché i palestinesi così come le merci, abbiano libertà di movimento e la loro vita quotidiana non sia più un inferno. Ciò deve avvenire adesso, non si può attendere l'incontro organizzato dagli Usa a Novembre al quale devono partecipare le diverse parti del conflitto nell'area, per portare ad una soluzione definitiva nel rispetto delle risoluzioni delle Nazioni Unite.
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