Pignataro, ecoballe nella cava in località “carità” ?
Inviato Martedì, 23 ottobre @ 09:01:27 CEST dell'anno: 2007 da redazione
Dalla Regione

NAPOLI - Nella giornata di ieri, il Prefetto Pansa, commissario straordinario per l’emergenza rifiuti in Campania, ha presentato il suo piano rifiuti alla VII Commissione del Consiglio regionale.

“Per quanto riguarda le discariche- si legge in una nota- per il superamento e la prevenzione, nell'immediato, dell'emergenza, viene confermato il comune di Terzigno, nel napoletano, quale sede di discarica, con l'obiettivo di trasformarla in discarica regionale specializzata per frazione organica stabilizzata, si attende l'indicazione della provincia di Salerno per la discarica che dovrà sostituire Serre, mentre sono in corso gli studi di fattibilità per le discariche di Avellino, Benevento e Caserta. Infine, per quanto riguarda il problema delle ecoballe, si ipotizza che quelle successive al 15 dicembre del 2005 saranno oggetto della procedura di inertizzazione al fine di favorirne la ricomposizione morfologica all'interno delle cave, anche se il processo avrà tempi e costi piuttosto elevati”.

Senza voler fare del facile allarmismo, dobbiamo comunque riflettere sul fatto che nella provincia di Caserta sono in corso studi di fattibilità per individuare una discarica, e che per le ecoballe si ipotizza la loro inertizzazione all’interno delle cave. Quella in località "Carità" dista solo un Km dalla Casilina. Il sindaco Magliocca, inoltre, durante il Consiglio comunale sulla Biopower parlò genericamente di ipotesi di discariche a Carinola o a Pignataro.

La nostra è solo un ipotesi, ma considerando che è stato confermata la realizzazione del mega l’inceneritore di Santa Maria la Fossa, che il pericolo insediamento piattaforma a Pignataro e Tora e Picccilli non è scongiurato, per completare una vera e propria “filiera della monnezza” nell’alto casertano, manca solo una discarica e un sito per lo smaltimento delle ecoballe.

E’ opportuno vigilare costantemente, tendo conto soprattutto che lo scarso peso politico dei nostri rappresentanti istituzionali potrebbe indurre qualcuno ad individuare proprio il nostro territorio come la pattumiera della Campania.

B/M

 
 
Cinismo atomico
Noam Chomsky
Ci vuole un disarmo nucleare mondiale: in gioco c'è l'esistenza del genere umano
Internazionale 715, 18 ottobre 2007
I paesi che hanno armi nucleari sono criminali. L'articolo 6 del Trattato di non proliferazione nucleare impone agli stati di negoziare per eliminare definitivamente le bombe atomiche. Nessuno dei paesi in possesso di armi nucleari l'ha mai fatto. In prima fila fra quelli che non rispettano quest'obbligo ci sono gli Stati Uniti e, in particolare, l'amministrazione Bush.

Il 27 luglio Washington ha stipulato con l'India un accordo che contraddice apertamente la parte centrale del Trattato di non proliferazione. L'India, come Israele e il Pakistan (ma non l'Iran), non ha firmato il Trattato.

Con l'accordo di luglio – che ha suscitato forti polemiche all'interno del governo indiano, al punto che New Delhi potrebbe essere costretta a tornare sui suoi passi – l'amministrazione Bush non fa che avallare questo comportamento criminale.
L'accordo viola infatti la legislazione statunitense e scavalca il Nuclear suppliers group, il gruppo di 45 paesi che ha stilato una normativa rigorosa per ridurre i rischi di proliferazione.

Daryl Kimball, direttore esecutivo dell'Arms control association, osserva che l'accordo non impedisce all'India di compiere ulteriori esperimenti nucleari e "cosa incredibile, Washington si impegna ad aiutare New Delhi ad assicurarsi forniture di combustibile da altri paesi, anche nel caso che l'India riprenda gli esperimenti". Tutto questo costituisce una violazione diretta degli accordi internazionali in materia di non proliferazione.

È probabile che l'accordo tra Stati Uniti e India spingerà anche altri paesi a violare le regole. Pare che il Pakistan stia costruendo un reattore per la produzione di plutonio da usare nelle armi atomiche. E Israele, la superpotenza nucleare della sua regione, fa pressione sul congresso americano per ottenere privilegi analoghi a quelli dell'India.

Francia, Russia e Australia vogliono concludere accordi con l'India, come ha fatto la Cina con il Pakistan. E non ci si può certo sorprendere, visto che la superpotenza globale ha dato il cattivo esempio.

Dietro l'accordo di luglio ci sono varie motivazioni, militari e commerciali, ma la prima ragione è strategica: isolare l'Iran. Kimball osserva che gli Stati Uniti accordano all'India "condizioni commerciali più favorevoli di quelle riconosciute a paesi che rispettano tutti gli obblighi" imposti dal Trattato.

È evidente il cinismo che c'è dietro questa scelta. Washington ricompensa gli alleati e i clienti che ignorano le disposizioni del Trattato di non proliferazione, ma al tempo stesso minaccia di far guerra all'Iran, che a quanto risulta non l'ha mai violato.

In questi ultimi anni India e Pakistan hanno fatto grandi passi per allentare le tensioni bilaterali. Sono stati incoraggiati i contatti tra i due popoli e i governi hanno avviato colloqui sulle numerose questioni ancora aperte. Sono sviluppi promettenti che rischiano di essere vanificati dall'accordo nucleare tra Stati Uniti e India.

Uno dei mezzi proposti per creare fiducia nella regione era un gasdotto che dall'Iran, attraversando il Pakistan, arrivasse in India.

Il "gasdotto della pace" avrebbe costituito un elemento di coesione della regione e avrebbe aperto nuove possibilità di integrazione. Il gasdotto potrebbe essere una delle vittime dell'intesa sul nucleare: Washington non lo vuole, perché preferisce isolare il nemico iraniano, e offre all'India il nucleare in cambio del gas iraniano perduto.

Nel 2006 il congresso americano ha approvato lo Hyde act, un provvedimento legislativo che impegna il governo "a garantire la piena e attiva partecipazione dell'India agli sforzi intrapresi dagli Stati Uniti per dissuadere, isolare e, se necessario, sanzionare e contenere l'Iran per i suoi tentativi di dotarsi di armi di distruzione di massa". Vale la pena di ricordare che la grande maggioranza degli americani (e degli iraniani) è favorevole a trasformare il Medio Oriente – Iran e Israele compresi – in una regione libera dalle armi atomiche.

E che la risoluzione numero 687 adottata il 3 aprile 1991 dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu – cui Washington si richiamava quando cercava una giustificazione per invadere l'Iraq – sostiene "la creazione nel Medio Oriente di una zona libera da armi di distruzione di massa e da tutti i missili usati per lanciarle".

Com'è evidente, non mancano i modi per uscire dalle crisi in corso. L'accordo tra Stati Uniti e India deve essere fermato. La minaccia di guerra nucleare è grave e incombente, e il motivo è anche che i paesi dotati di armi nucleari, Stati Uniti in testa, si rifiutano di rispettare gli obblighi sottoscritti.

Il congresso americano, dando voce a una cittadinanza stufa di giochetti atomici, potrebbe respingere questo accordo. Ma ancora meglio sarebbe affermare la necessità di un disarmo nucleare globale, visto che è in gioco la sopravvivenza stessa del genere umano.

 

 

 

 

 

 

 

DE MAGISTRIS: LA MIA VITA E' A RISCHIO

 
CATANZARO - Rischio le pallottole ed il tritolo, ed il rischio è di tornare all'epoca fascista: sono alcune delle espressioni usate dal pm di Catanzaro Luigi De Magistris in interviste che compaiono oggi sui principali giornali italiani. A De Magistris ieri è stata tolta l'inchiesta Why Not a seguito dell'avocazione disposta dalla Procura generale del capoluogo calabrese. Il pm afferma che in questo momento rischia e che si trova sotto tiro da quando ha iniziato ad indagare sui finanziamenti pubblici europei. "Da allora - afferma - è scattata la strategia delle manine massoniche". De Magistris afferma anche il procuratore aggiunto di Catanzaro Salvatore Murone è uno dei "principali responsabili" del suo isolamento istituzionale "oltre che uno degli autori del contrasto nei miei confronti all'interno dell'ufficio giudiziario".  
 
De Magistris, dopo l'avocazione disposta ieri, ritiene che il rischio sia di tornare ad "un ordinamento giudiziario gerarchizzato proprio dell'epoca fascista", e che il segnale che è stato lanciato è quello che la magistratura non può più indagare in alcune direzioni. Il pm, infine, ha anche sostenuto che l'inchiesta Why not era ormai in dirittura d'arrivo e che entro dicembre avrebbe chiuso la parte principale. 
 
AVOCATA INCHIESTA WHY NOT 
Il pm di Catanzaro Luigi De Magistris dovrà lasciare l'inchiesta Why Not sul presunto utilizzo illecito di finanziamenti pubblici. La Procura generale, infatti, ha deciso di avocare l'inchiesta per incompatibilità del magistrato. "Una motivazione inconsistente" è stata l'immediata replica del pm che ha anche parlato di un fatto di "inaudita gravità". Al centro di tutto, secondo quanto si è appreso, la richiesta di trasferimento cautelare d'ufficio avanzata al Csm dal ministro della Giustizia, Clemente Mastella, e la successiva iscrizione dello stesso ministro nel registro degli indagati proprio per l'inchiesta Why Not che riguarda un presunto comitato d'affari con sede a San Marino che avrebbe gestito in maniera illecita i finanziamenti comunitari e statali giunti in Calabria. Iscrizione, ha specificato oggi una fonte autorevole del palazzo di giustizia, nella quale, comunque, non viene ipotizzata la violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete. Secondo il procuratore generale facente funzioni Dolcino Favi, un passato da pm nei processi d'appello per le stragi mafiose di Capaci e via D'Amelio, l'incompatibilità di De Magistris è legata alla richiesta di trasferimento cautelare d'ufficio che è stata fatta nei suoi confronti dal ministro Mastella. Di fatto, è la tesi della procura generale, nel momento in cui il Guardasigilli ha chiesto il trasferimento di De Magistris, quest'ultimo avrebbe dovuto astenersi dal proseguire l'indagine.  
Il fatto che ciò non sia avvenuto e che il ministro sia poi finito nel registro degli indagati, sarebbe la tesi della Procura generale, ha fatto scattare l'incompatibilità prevista dall'art. 372 del codice di procedura penale che porta all'avocazione. La valutazione del caso è stata fatta dal procuratore generale dopo che si è appreso che il ministro della Giustizia é stato iscritto nel registro degli indagati. Registro nel quale sono riportati anche i nomi, tra gli altri, del presidente del Consiglio, Romano Prodi, di esponenti politici del centrodestra e del centrosinistra e di imprenditori. La prima reazione di De Magistris alla notizia dell'avocazione è stata di sorpresa, visto che "non ho ricevuto alcuna notifica". Ma poi, col passare dei minuti sono subentrati anche altri sentimenti. "Ancora una volta vengono rese pubbliche a mezzo stampa notizie riservate che riguardano il mio ufficio, le mie indagini, e la mia persona". Il pm si è spinto oltre: se è vero quello che è stato scritto, è stato il suo commento, "ci avviamo al crollo dello stato di diritto, registrandosi anche, nel mio caso, la fine dell'indipendenza e dell'autonomia dei magistrati quale potere diffuso". De Magistris ha anche annunciato che intende esercitare tutti i diritti previsti contro il provvedimento e di attendere, "magari anche a mezzo stampa, di sapere se ci sono ancora le condizioni per fare questo lavoro in Calabria e nel Paese". Di certo non ha intenzione di mollare ed intende andare avanti nel suo lavoro. La notizia dell'inchiesta tolta a De Magistris, come era prevedibile, ha scatenato le reazioni dei comitati nati a sostegno del magistrato e della sua permanenza a Catanzaro, oltre che di alcuni parlamentari. Il deputato dello Sdi, Giacomo Mancini, ha parlato di "colpo di spugna". Ancora più duro il ministro Antonio Di Pietro: "Lo Stato di diritto finisce nel momento in cui si mina l'indipendenza e la terzietà della magistratura. E minare lo Stato di diritto potrebbe anche portare al capolinea il governo in carica".

 

 

 

 

Vogliono tassare internet

Maurizio Blondet

18/10/2007

 

Entro pochi giorni, gli americani potrebbero dover pagare un’imposta anche solo per accedere ad internet, creare un blog e spedire una mail (1)
Il primo novembre prossimo scade la moratoria, firmata nel 1998 dal presidente Clinton, che sospende la tassazione (che allora già nove stati avevano applicato) sull’accesso, il download di musica, le-mail, il commercio elettronico.  
Si trattava di una moratoria, appunto. 
Potenti note lobby (sostenute dai governi locali che vogliono fare cassa) sono riuscite a ottenere che quella legge avesse solo un effetto sospensivo e a termine, anziché permanente.  
Gli argomenti contro un’esenzione permanente già fanno capire quali lobby sono pro-tasse. 
David Quam, il direttore per le relazioni federali della National Governors Asssociation, parla per i governatori ma anche per le compagnie telefoniche: che temono la concorrenza del telefono via Internet (VoIP) e dei grandi network, che vedono come il diavolo lo sviluppo della tv sul web (IPTV). 
«Dare ai provider la capacità di confezionare insieme i contenuti e questi altri servizi costituisce una zona di elusione», dice Quam: «Vengono esentati servizi che sono tassati quando non sono su internet». 
Se il VoIP finirà per rimpiazzare del tutto il telefono, aggiunge, gli stati perderanno 20 miliardi di dollari annui in mancati introiti tributari (2).  
In realtà, la mira è un’altra. 
Difatti già oggi la moratoria non esenta le vendite fatte su internet, nel senso che scaricare una canzone o un film in modo legale, o ordinare un libro da Amazon o un oggetto da eBay, è soggetto alle stesse tasse applicabili alle vendite in negozio o per corrispondenza. 
Ci dev’essere un’altra lobby che preme per far pagare agli utenti la colpa di cercare le notizie su Internet anziché sui grandi media autorizzati, e dalla lobby controllari. 
E questa lobby ignota spera di far spirare la moratoria alla chetichella. 
La Commissione Giustizia della Camera dei rappresentanti ha accettato l’idea di estendere ancora un po’, magari, la moratoria, ma ha rifiutato di prendere in considerazione una legge che esenti da tasse internet in modo permanente.
 

Il parlamentare Jim Walsh, per fortuna, ha suonato l’allarme. 
«Negli ultimi vent’anni, internet ha rivoluzionato il modo in cui comunichiamo, il modo in cui i nostri figli imparano, e il modo in cui facciamo gli affari. Oggi andiamo su internet per trovare un lavoro, una nuova casa, o la cura migliore per la malattia di un nostro caro. Tassare l’accesso ad internet colpirebbe la nostra economia e la nostra qualità della vita».  
«E’ come tassare qualcuno perchè entra in una biblioteca o in un grande magazzino», ha rincarato il senatore dell’Oregon Gordon Smith. 
E anche lui ha parlato di un effetto di stagnazione dell’economia, degli investimenti e dell’innovazione che verrebbe provocato dalle tasse.  
Già queste proteste dicono a cosa mira la ignota lobby che non si dichiara. 
Un sito di mera informazione (come EFFEDIEFFE.com, per fare un esempio a caso), che non guadagna nulla perché nulla vende, ed è basato sul lavoro gratuito, sarebbe ammutolito dall’imposizione fiscale.  
Il movimento-verità su «ciò che è veramente successo l’11 settembre» non avrebbe avuto voce, e conosceremmo solo la versione ufficiale. 
Il candidato anti-guerra Ron Paul continuerebbe ad essere una non-persona, mai citata dai grandi media controllati. 
Ignoreremmo persino i nomi dei professori Walt e Mearsheimer e del loro saggio «The Israeli lobby». 
E non sapremmo nulla (già sappiamo poco, avendo Israele vietato l’accesso dei giornalisti a Gaza) della tragedia del milione e mezzo di palestinesi chiusi lì e messi alla fame (3)
Con quali effetti? 
Un sondaggio della Pew Internet & American Life Project (marzo 2007) ha mostrato che 71 adulti su cento usano regolarmente internet, e addirittura l’87 per cento dei giovani dai 18 ai 29 anni. Ancor più: ha mostrato che l’uso di internet non varia molto per gruppi di redito familiare, per razza ed etnia, e per posizione geografica. 
Se gli americani che vivono in città e nei suburbia residenziali sono utenti internet al 73%, lo sono anche il 60%  degli abitanti in zone rurali. 
Anche i meno istruiti, anche i negri, e anche i meno benestanti sono utenti di internet in USA. 
E’ ciò che accadrà anche da noi in Italia, un giorno, speriamo.
 

E un’altra indagine condotta da Technorati mostra quanto segue: per coloro che su internet cercano informazione, la credibilità dei blog e dei siti è almeno pari a quella dei «grandi» media ufficiosi. 
Technorati ha notato che sta crescendo il numero di blog annessi ai cento più frequentati siti web, e questi blog sono ricchissimi d’informazioni che vengono «dal basso». 
E queste informazioni hanno autorevolezza, per gli utenti, pari a quelle di «marchi» accertati, come il New York Times.  
Si può capire l’allarme della ignota lobby.  E si capisce meglio la recente proposta di Franco Frattini, il «nostro» commissario UE, di censurare internet con la scusa che «su internet si imparara fare le bombe» e i «terroristi islamici» si parlano. 
Sempre uguali, questi commissari del popolo. Come ai tempi belli dell’URSS.  
Negli Stati Uniti, la proposta anti-tassazione del deputato Walsh ha raccolto 237 firmatari al Congresso: il che significa che un bando permanente della tassazione all’accesso internet passerebbe senza difficoltà. 
Ma si sa già che non passerà, per il semplice fatto che non sarà discussa. 
Tutto ciò che si potrà ottenere sarà, magari, un’estensione della moratoria. 
E della spada di Damocle sull’informazione non-autorizzata.  
E’ poco, ma almeno in USA si muovono i parlamentari, evidentemente premuti dal loro elettorato.
 

Il commissario Frattini non è stato eletto da nessuno, ma – come tutti i suoi colleghi commissari UE – indicato e cooptato. 
Non ha elettorato a cui rispondere. 
Risponde alle lobbies, ignote e note, che l’hanno messo lì. 
 
Maurizio Blondet

 
 
 
Venerdì, 14 Settembre 2007

I CRAVATTARI DELLA GESTLINE

Sentite questa:«Vincenzo F., cinquantenne di San Giorgio a Cremano, viene ricoverato lo scorso anno, prima in Francia poi al Policlinico, per una delicata operazione al cuore. Qualche tempo prima si è separato e ha cambiato la sua residenza, stabilita in un altro Comune della provincia di Napoli. Due mesi in corsia, poi Vincenzo viene dimesso e torna alla vita normale. Nel frattempo due suoi immobili del valore di mezzo milione sono stati venduti a 44mila euro. “La Gestline vanta di aver eseguito la notifica dell’avviso di vendita dell’immobile - prosegue Pisani [un avvocato che cura gli interessi dei perseguitati della Gest Line, ndr.] - e non avendo trovato l’interessato lo ha dichiarato irreperibile, procedendo a sua insaputa nella procedura esecutiva”. Venerdì Vincenzo ha ricevuto dagli acquirenti l’avviso di sfratto. “La legge - conclude Pisani - non gli permette di rientrare in possesso della casa. La Gest Line fa le cartelle, le notifiche, le esecuzioni, non c’è un terzo soggetto che controlli. Si va dal giudice solo per opposizione: ma cosa si fa se, come in questo caso, l’interessato non sa nulla?”». Da il Mattino del 22/05/2007 Ancora, da una lettera inviata da Fabio Tamburro,  napoletano, a la Repubblica (e pubblicata venerdì 27/04/07):«Qualche mese fa, ho pagato una cartella esattoriale con 24 ore di ritardo. Perché? La Gestline (società addetta alla riscossione) il giorno della scadenza ha chiuso l’accesso al pubblico alle 9.45 rispetto all’orario dichiarato delle 13.00…Per quale motivo mi siano state addebitate spese di “notifica” senza che nessuna spesa e nessuna notifica sia mai avvenuta non capisco, per un ritardo, ribadisco, non dovuto alla mia volontà, ma al pessimo servizio. Inoltre dei cento euro pagati come penale, 21,74 sono stati calcolati come “interessi di mora”. Su 1.525 euro del mio debito, per 24 ore, fanno il rispettabile tasso dell’1,4% al giorno (che corrisponderebbe al tasso del 535% annuo). » Interessi al 535% annuo: roba da pogrom, da giustizia sommaria di piazza. Gli esempi potrebbero continuare all’infinito: basti pensare che, solo a Napoli «…un milione e mezzo di cittadini, uno su due, ha un conto in sospeso con la società di riscossione» (da la Repubblica del 28/12/2006).Con questi sistemi da criminali, la Gest Line ha incassato, nel solo corso del 2006, qualcosa come 300 milioni di euro! Un folle turbinio di vendite all’asta, ipoteche, pignoramenti di beni presso terzi eseguiti in tutta fretta ai danni di inermi cittadini per presunti crediti talvolta anche inferiori agli ottomila euro. Pare l’agire forsennato di assatanati mercanti di denaro, intenti  a rastrellare in tutta fretta enormi quantità di capitali al fine di rientrare in un grosso credito: in effetti Rita Pennarola su “La Voce della Campania” del 1° marzo 2006 delinea un incredibile scenario di fantapolitica che parrebbe dar conto della sconcia ingordigia di denaro che tormenta i pescecani della Gest Line. La spy-story ordita dalla Pennarola prende le mosse dall’esborso  di tremila miliardi di lire da parte del San Paolo di Torino (azionista della Gest Line) per acquistare, alla  fine degli anni novanta, il pacchetto dell’ex Banco di Napoli dalla Banca Nazionale del Lavoro, che, guarda caso!, pochi mesi prima lo aveva rilevato, in cordata con l’INA, per appena 61 miliardi. Quale intrigo finanziario aveva spinto l’istituto di credito torinese a pagare una plusvalenza da capogiro: ben 2.939 miliardi di vecchie lire, per salvare la BNL che era ormai sull’orlo del tracollo finanziario? Così articola il suo delirio la Pennarola, intingendo la lingua in un inchiostro allucinogeno: «4 agosto 1989. L’Fbi perquisisce la sede di Atlanta della Banca Nazionale del Lavoro e porta alla luce uno scoperto pari ad oltre duemila milioni di dollari pagati ad industrie belliche per fornire armi all’Iraq di Saddam Hussein durante la guerra contro l’Iran, nemico numero uno degli Stati Uniti. L’alleato Italia aveva provveduto con le risorse economiche dei cittadini a finanziare quel conflitto per ridurre la potenza di Khomeini e dei suoi, attraverso il dittatore iracheno.»Per impedire che gli scheletri dell’operazione Atlanta venissero a galla, bisognava evitare il fallimento della BNL trovando in tutta fretta almeno duemila miliardi per un salvataggio in extremis. Così continua il racconto della Pennarola:«L’11 giugno del 1997 l’allora ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi sottoscrive il contratto con cui viene ceduto per appena 61 miliardi di lire il 60 per cento del capitale Banco Napoli alla cordata INA-BNL.»A questo punto prende forma la curiosa alchimia finanziaria: il pacchetto dell’ex Banco di Napoli passa di mano, e dalla BNL finisce al San Paolo di Torino per la bella cifra di tremila miliardi di vecchie lire, che vanno a ristorare le esangui casse della BNL, disastrate dalla cosiddetta Operazione Atlanta. Intanto, il 17 dicembre 2001, alla Camera di Commercio di Napoli viene iscritta la Gest Line, una società per azioni con un unico socio (il San Paolo IMI spa,), con sede in via Roberto Bracco 20 - nel cuore della city partenopea – e con un capitale versato di 3.422.500 euro. L’inferno per milioni di contribuenti prende inizio con la stipula delle convenzioni con i comuni - a cominciare da quello partenopeo - per l’esazione dei tributi: le normali procedure esecutive che prevedono l’accertamento del debito e la valutazione dell’immobile attraverso perizia, vengono stravolte con frettolosa disinvoltura dalla Gest Line, che subito ha cominciato a mettere all’asta immobili per debiti da poche migliaia di euro e per giunta al valore catastale: è successo ad esempio a Casoria, ove un appartamento di tre vani è stato venduto con una base d’asta di 14 mila euro, mentre a  Bagnoli si è partiti da 40 mila euro, infine un immobile di sei vani di via Chiaia, a Napoli, è stato scandalosamente venduto con una base d’asta da 260 mila euro. A questo punto vien da chiedersi: da questa operazione il San Paolo cosa ci ha guadagnato? Perché sborsare tremila miliardi per il cadavere del Banco di Napoli che solo qualche mese prima era stato valutato appena 61 miliardi? Se i retroscena di questo giallo politico-finanziario restano oscuri, chiare e inquietanti sono le presenze in quest’affare di alcuni personaggi-chiave del famigerato club Bilderberg, un’accolita di gran sacerdoti dal tanfo massonico devoti al Dio delle Tenebre che periodicamente si incontrano in summit supersegreti, ove ordiscono oscure trame e tessono le fila dell’economia e della politica planetaria. Il fine di questa lercia nidiata di iene dalle vaghe parvenze umane è la totale eclissi del Sacro, la dissoluzione delle ultime, fuggenti vestigia dell’Ordine Tradizionale del Mondo e l’instaurazione della tirannide Nichilista che, per gli umani già oltre la soglia dell’Età Oscura, dispiega a piene mani disperazione esistenziale e solitudini estreme, istigando al vilipendio di ogni valore religioso e promuovendo ogni cosa che sia inno alla morte e dispregio alla vita: annientamento del  matrimonio  eterosessuale, apologia del preservativo e del turpe coito anale tra sodomiti, esaltazione dell’aborto, infine incitamento al consumo di droghe ed elogio dell’eutanasia.Spicca, tra i fondatori del club Bilderberg, il gruppo Rotschild, che fu l’advisor per la svendita del Banco di Napoli alla BNL, e la stirpe italiota  degli Agnelli, a cui fa capo il San Paolo di Torino. Capitalismo e depravazione: sniffava coca, l’Avvocato, a bidonate, tanto da procurarsi la perforazione del setto nasale. Leggenda vuole che Gianni Agnelli  si fosse fatto impiantare un setto nasale  d’oro (o d’argento, o di platino, secondo altre versioni). Che tra i rampolli dei padroni della FIAT alligni corruzione nichilista e lussuria satanica, lo attesta l’orgiastico  festino a base di sfrenato sesso  anale tra depravati e allietato da fiumi di eroina, oppio e cocaina, fornita in dosi generose da spacciatori nigeriani che ha mandato in coma Lapo Elkann (sodomizzato da un marchettaro ultracinquantenne dalle carni flaccide e bavose), e salvato in extremis  dai medici del reparto di rianimazione dell’ospedale Mauriziano di Torino. Poteva avere nel suo letto le più belle ragazze della Terra, il giovane nipote dell’Avvocato Agnelli, però il suo cuore batteva (e le sue natiche, languide, fremevano) per i titillamenti di un sodomita di professione, tale Lino Brocco, un trans pugliese soprannominato “il carabiniere” (nome d’arte: “Patrizia”).Del resto le mosche-cocchiere del nichilismo capitalista, non fanno mistero nel dichiarare che squatter, utili idioti “No Global”, rifiuti umani acquartierati nei centri sociali e nel troiaiao femminista, condividono indissolubilmente con banchieri e pescecani della finanza transnazionale tanto l’etica quanto le pulsioni  profonde: John Lloyd, direttore del magazine del Financial Times, in un’intervista a la Repubblica di domenica 8-5-05 ha levato un inno in gloria della nuova…  «… ricchezza prodotta senza fumo, senza sporcizia e senza classe operaia. Essa…facilita il sostegno a cause nuove-quali il femminismo, l’antirazzismo, l’emancipazione dei gay- che ben si armonizza all’economia del mercato.»***Curiosa la reticenza di Rita Pennarola e degli altri scribacchini de “la Voce della Campania” su di una voce inquietante (in effetti, più che di una notizia certa, pare che si tratti di una diceria avvolta dal mistero, quasi una leggenda metropolitana) che ossessivamente risuona per le suburre informatiche della Rete; navigando per il Web sulle tracce dei misfatti della Gest Line, si resta interdetti dal frequente ricorrere di una ghiotta indiscrezione: parrebbe che a reggere le fila del terrorismo finanziario della “Banca Armata” Gest Line, sarebbero nientemeno che la moglie e il figlio del governatore Bassolino, nonché la Jervolino, sì, proprio lei, la  Rosa Russo Jervolino: un bipede dalle vaghe parvenze femminili e dalla ridicola voce gracchiante, da vecchio pappagallo catarroso. Transumante sin dal medioevo per i fetidi meandri della politica partenopea e nazionale, costei, per sciagura dei napoletani,  Sindachessa di Napoli, ora è: la vedi  incedere con aria spavalda tra cassonetti stracolmi d’immondizia dati alle fiamme, ignara delle tonnellate di diossina a go-go tumultuanti nell’aria: diossina, tanta diossina da spalmarla come Nutella sul pane dei vostri bambini; e neanche si degna, lo stagionato gallinaccio sopravvissuto al tracollo della paranza malavitosa democristiana,  di cogliere il saluto dei topi di fogna grossi come conigli (le fanno ciao-ciao con la manina al suo passaggio) intenti a ballare indisturbati la Macarena su montagne di rifiuti che lambiscono i primi piani delle case.E che dire del figlio e della moglie di Bassolino? (O ex moglie: vallo a sapere se la senatoressa dei DS  Carloni Anna Maria divida ancora il talamo, la tazza da cesso o il pitale con un tal rozzo, cacagliante Presidente della Regione Campania). In attesa di qualcuno che ci dica qualcosa -con chiarezza- sui rapporti tra costoro e la Gest Line, il nostro pensiero va a Bassolino; provate ad immaginare questo crumiro diossino col vestito buono della festa (tipo cafone in viaggio di nozze) intento ad aspirare voluttuosamente, neanche fosse cocaina, la polvere dei marciapiedi che costeggiano le banche della City londinese o del letamaio massonico di Wall Street.Perentoriamente  convocato via telefono dall’usciere di qualche merdoso banchiere, questo farfagliante ex sindacalista CGIL di Afragola, senza batter ciglio, è solito precipitarsi con le braghe in mano in missione presso qualche filiale della Merryl Lynch (o della Goldman Sachs, fa lo stesso). Là, davanti all’antro  di qualche pederasta della finanza internazionale, mentre fa umilmente anticamera intento a lustrarsi le scarpe sui polpacci e con la fronte religiosamente china verso il suolo, chissà se talvolta succede, a questo impresentabile avanzo della grande epopea comunista, di pensare che in effetti l’uomo conta più dei mercati. C’è da dubitarne: non hanno di questi pensieri, i rinnegati convertiti al dio che governa la borsa e presiede ai mercati finanziari.

 

Feanor

 

Quel che gli estroversi dovrebbero sapere

Uno psicologo prova a chiarire nel suo sito che cosa significhi essere introversi: per evitare incomprensioni

Timido, asociale, arrogante, apatico: questi sono solo alcuni dei difetti che chi è estroverso affibbia a chi rinuncia a un surplus di vita sociale in cambio di attività e pensieri a proprio uso e consumo. Non c’è nulla di male nell’essere amanti delle relazioni sociali, ma ci sono davvero tutti questi difetti in chi sceglie una strada più solitaria? Secondo Brian Kim no: si tratta semplicemente di un modo diverso, meno diffuso, di vivere la propria vita. Ma, in fondo all’anima, i desideri e i bisogni sono comuni a entrambe le categorie.

I CINQUE PUNTI - Ecco allora le cinque cose principali che un estroverso dovrebbe considerare quando si trova di fronte a una persona con caratteristiche comportamentali opposte alle sue.

1) Se un individuo è introverso non vuol dire che sia timido o asociale. Questa è di sicuro l’accusa più frequente anche se è sbagliata. Chi è dedito al pensiero più interiore presenta una maggior attività cerebrale a livello dei lobi frontali, aree deputate al pensiero complesso e alla soluzione di problemi, mentre l’estroverso ha una maggior attività nella parte posteriore del cervello, vale a dire quella che si occupa degli impulsi sensoriali provenienti dall’esterno.

2) L’introverso non ama la conversazione superficiale. In realtà, la ritiene una perdita di tempo, mentre ama molto le conversazioni profonde, alle quali partecipa con entusiasmo.

3) Gli introversi amano socializzare. Lo fanno in un modo diverso e più raramente degli estroversi, scegliendo i loro interlocutori e non accontentandosi del primo che passa; ma quando decidono di aprirsi con qualcuno sono in grado di mantenere una conversazione e persino di diventarne il centro.

4) L’introverso ha bisogno di stare da solo per ricaricarsi. Gli inviti rifiutati e le occasioni sociali spesso evitate fanno pensare a individui scontrosi; la realtà, però, è che gli introversi parteciperebbero volentieri, ma essendo una pratica che richiede loro molta energia la dosano, diluendo gli impegni.

5) Gli introversi sono socialmente ben inseriti. L’essere più attenti a quello che succede dentro non significa non essere in grado di vivere adeguatamente quello che sta fuori.

INTROVERSI O ESTROVERSI? - E’ perfettamente logico che nella nostra società venga attribuito un valore spesso negativo all’introversione. Non dobbiamo dimenticare che l’umanità si è sviluppata anche grazie ai contatti sociali e alla capacità di comunicare. E’altrettanto importante ricordare che una minore quantità di rapporti sociali non significa essere anormali o asociali. Albert Einstein, Isaac Newton, Charles Darwin erano di sicuro introversi, non per questo qualcuno può dire che fossero persone prive di contatto con la realtà e estranee alla loro società.

Emanuela Di Pasqua

 

 

 

 

 

Gaza: una popolazione punita collettivamente - 4-10-07





di Luisa Morgantini

A seguito delle dichiarazioni di Israele che ha definito l'intera Striscia di Gaza "entità nemica" e ha annunciato un piano di sanzioni economiche per il milione e mezzo di persone che vi abitano, la vicepresidente del Parlamento europeo, Luisa Morgantini, ha diffuso il seguente comunicato.
Gaza è una Striscia di meno di 400 chilometri quadrati di territorio in cui un milione e mezzo di persone vivono prigioniere a causa della chiusura e del conseguente isolamento economico deciso unilateralmente e illegalmente dalle Autorità israeliane.

Gaza è una gabbia dalla quale pochissimi riescono ad uscire o entrare: centinaia di persone malate che devono curarsi all'estero sono costrette a sospendere le cure, più di 600 studenti con scholarship all'estero in questi ultimi giorni di chiusura totale sono rimasti intrappolati nella Striscia perdendo la possibilità del loro futuro. La dichiarazione di Gaza come "entità nemica" da parte del governo israeliano inventa una nuova formula nell'ormai indefinito marasma della legalità internazionale. Bloccare l'elettricità e il combustibile è invece un'ulteriore violazione del diritto internazionale, una punizione collettiva.

Insieme ad una delegazione del Parlamento Europeo ed accompagnati dall'Unrwa, l'Agenzia Onu per l'assistenza ai profughi palestinesi, siamo riusciti ad entrare prima dello Yom Kippur, festa israeliana e prigione per tutti i palestinesi visto che l'esercito israeliano ha decretato per tre giorni la chiusura di tutti i territori.

Gaza è una città quasi fantasma, poca gente in giro, poche auto, tante case distrutte dai raid, gli ospedali senza risorse, le infrastrutture condannate alla dismissione per mancanza di fondi e di materie prime. Le fabbriche situate nelle zona industriale di Karni, sono chiuse e nei magazzini vi sono centinai di quintali di materiali, mobili già pronti da esportare in Israele o in Giordania, vestiti da vendere per la stagione estiva ormai finita. Perdite di milioni e milioni di dollari, la disperazione di famiglie che non hanno neppure la possibilità di comprarsi il pane. E' Ramadan, ma i pochi negozi aperti a Gaza non hanno esposto, così come si vede in Cisgiordania o come si vedeva a Gaza, l'impasto per il Kataief, il dolce per il Ramadan. L'embargo imposto dal governo israeliano deve cessare immediatamente. Questa politica è filo spinato sulla via della pace.

E' quanto le è richiesto anche dall'Onu e dall'Unione Europea, voci che Israele non può far finta di non ascoltare: troppe volte le sue violazioni del diritto umanitario internazionale e dei diritti dell'uomo, in Cisgiordania come a Gaza, sono rimaste impunite e tollerate, a cominciare dalla mancata applicazione delle risoluzioni Onu, dalla costruzione del Muro, dichiarato illegale dalla Corte dell'Aja ormai quattro anni fa, e dal furto sistematico e "legalizzato" di terre dei palestinesi, che se a Gaza sono prigionieri, lo sono però anche nella West Bank, dove quando non è il muro che divide palestinesi da palestinesi, ci sono più di 600 check-point e i soldati a farlo.

Ma le voci di preoccupazione devono diventare azioni concrete per impedire non solo la perdita di vite umane, di dignità, di libertà della popolazione palestinese, ma anche lo sterminio della legalità internazionale.

Come Parlamentari Europei abbiamo chiesto all'Unione Europea una posizione chiara contro l'embargo praticato dalle Autorità israeliane a Gaza e che Israele rimuova check point e le serrate affinché i palestinesi così come le merci, abbiano libertà di movimento e la loro vita quotidiana non sia più un inferno. Ciò deve avvenire adesso, non si può attendere l'incontro organizzato dagli Usa a Novembre al quale devono partecipare le diverse parti del conflitto nell'area, per portare ad una soluzione definitiva nel rispetto delle risoluzioni delle Nazioni Unite.

 

 

 

 

 

Primarie, Grillo guastafeste? - 3-10-07




di Francesco De Carlo - Megachip

Repubblica ha schierato contro di lui armi affilatissime, Serra, Maltese, ma soprattutto Eugenio Scalfari che è dovuto addirittura ricorrere al brillante discorso di David Grossman all'apertura del Festival della Letteratura di Berlino. L'Espresso gli ha invece dedicato l'ultima copertina, scagliandosi contro l'inganno del web, vero e proprio sesto potere “sotto processo” dopo il successo del V-Day. Perché Beppe Grillo fa così incazzare il Gruppo editoriale di De Benedetti, megafono più autorevole del Partito Democratico?

Tra gli effetti dell'8 settembre c'è di certo quello di aver ridicolizzato ogni recente tentativo di mobilitare i cittadini. I numeri messi in campo da Grillo sono numeri da sindacato e non c'è da stupirsi se in qualche d'uno nel comitato organizzatore delle primarie sia sorta qualche perplessità. Il 14 ottobre è lentamente passato ad essere da momento storico di democrazia e partecipazione a un rischioso appuntamento per la tenuta del progetto, della leadership di Walter Veltroni e forse del governo Prodi stesso. Tira un vento di preoccupazione tanto forte che l'Agcom ha dovuto inviare a radio e tv una delibera per garantire alle primarie e al Pd una maggiore copertura mediatica. Un segno di imbarazzante debolezza, per di più nato per iniziativa di due consiglieri dell'Autorità, Lauria e Innocenzi, uno della Margherita e uno addirittura di Forza Italia. Il terrore del flop è tale da spingere persino a un compromesso con l'avversario. Chissà in cambio di che.

Ma quali sono i numeri di un flop alle primarie? Il break even point è stato drasticamente ricalibrato sul milione di partecipanti, anche se è pronosticabile un'affluenza maggiore. Del resto se a votare ci vanno solo gli iscritti a Ds e Margherita (in tutto un milione, appunto) la figuraccia sarebbe difficilmente nascondibile. Realisticamente, quota due milioni appare un traguardo a portata di mano, ma farebbe comunque gridare al successo e questo la dice lunga sull'effetto V-day: Grillo è riuscito a smorzare l'impatto emotivo delle primarie, con probabili ricadute sull'intera operazione.

Colpa del comico genovese? È realmente sua la responsabilità della crisi di identità e di partecipazione del centrosinistra e della ripresa nei sondaggi della Casa della Libertà? Complicato da credere e da dimostrare. L'esecutivo è riuscito a rappresentare un'alternativa credibile all'era Berlusconi solo su un tema, quello fiscale, peraltro attraverso provvedimenti impopolari e lesivi delle corporazioni e dei bacini elettorali che rappresentano. (Anche in politica estera in occasione della guerra in Libano qualche risultato è stato ottenuto, ma la prova più importante – l'eventuale attacco all'Iran – deve ancora venire). Per il resto la coalizione di governo ha disatteso aspettative e programma. Il vento dell'antipolitica si gonfia anche di questo (e il Gruppo L'Espresso sa montarne le onde, vedi copertina di XL, mensile rivolto ai giovani, dove campeggia un “Basta politica” per presentare il nuovo disco, per giunta impegnatissimo, di Manu Chao – che consigliamo anche ai meno giovani).

Per questi motivi appare sempre più ridicola quella che il professor Sartori ha definito “l'ormai logora retorica del gridare al qualunquismo, al fascismo, e simili”, di cui Repubblica e L'Espresso sono forse i massimi esponenti. Un pericolo, tuttavia, lo vediamo anche noi: non sarà che l'antipolitica (avversata per i succitati motivi politici dal giornale di Ezio Mauro, ma cavalcata dai quotidiani filo-industriali come Corsera, Stampa, Sole24Ore) rappresenti il grimaldello per smantellare definitivamente lo stato sociale in favore di una svendita ai privati massiccia del bene comune? Non sarà che sfruttando i sentimenti antistatali diffusi e alimentati nell'opinione pubblica si proceda a una deregulation scriteriata in nome dell' efficienza e dell'ottimismo? Un filo rosso (colore quanto mai inappropriato in tale circostanza) che legherebbe la “Casta” di Rizzo e Stella agli editoriali di Ichino contro l'impiego pubblico, passando per la privatizzazione della Rai. Questo sì che fa paura. Concretamente.

 

 

 

 

Rai: raccomandatore, raccomandato, raccomandante - 3-10-07





di Ennio Remondino* - da il Manifesto

A nessuno piace fare il Grillo Parlante, neppure al mio conterraneo genovese Beppe, credo. Il problema è che a star dietro al fare della politica oggi uno rischia di confondersi, quasi esistessero enormi problemi di linguaggio tra Loro e Noi. Alla fin fine, più che dire, lo stesso Grillo Beppe, chiede. Uno chiede e non capisce le risposte, se ci sono. Personalmente sono molto incuriosito dal futuro della Rai. Conflitto d'interessi, potremmo dire, visto che in Rai ci lavoro, ma nell'attesa di soluzione legislativa che regoli gli interessi privati, io insisto.

L'interferenza della politica in Rai era il tema di un micro dibattito pubblico di fine luglio sulle pagine di Europa. Autorevoli pareri di un consigliere d'amministrazione (Nino Rizzo Nervo), di un prestigioso esponente sindacale (Roberto Natale), di un parlamentare-giornalista di spicco (Giuseppe Giulietti) e di altri ancora. Diagnosi condivisa: la politica faccia un bel po' di passi indietro. Applauso ferragostano. Fine delle vacanze e con la vendemmia settembrina, le sorti della Rai si trasferiscono nuovamente in parlamento o in altre sue illustri succursali politiche. Chi decide chi, chi decide cosa, chi decide quando e via litigando tra partiti e schieramenti. Non ho colto una sola parola sul chi decide come, e provo quindi a cambiare palestra sperando in altri, più creativi contributi.

Schiacciato tra elezioni politiche e presidenziali del solleone in Anatolia, non è che la politica italiana, per me, ormai parli turco? Problemi di lessico, continuo a sperare. La salvezza nel vocabolario. Rai, lottizzazione, eccetera, eccetera. Scopro che la parola «lottizzazione», nel significato politico noto, la dobbiamo ad Alberto Ronchey, che la usò nel suo libro Accadde in Italia: 1968-1973. A lui dobbiamo la descrizione della malattia, più o meno come con l'Aids che resta però senza vaccino. La lottizzazione, andando ad indagare tra dizionari ed enciclopedie, scopri che nasce geometra (suddivisione di un terreno in lotti) e, a dar retta a De Mauro, finisce dritta in parlamento (spartizione tra i partiti di cariche di particolare rilievo all'interno di un ente, specialmente pubblico, secondo criteri di opportunità politica e di interessi economici). Pedantemente citando, andiamo avanti. Connotazione negativa: «Deriva dal fatto che l'attribuzione di una carica fatta seguendo i criteri di lottizzazione, avviene ignorando ogni criterio di buona amministrazione e di merito. Non si sceglie il dirigente più capace, ma l'amico, l'esponente politico, il parente che si vuole piazzare».
Conseguenze: «L'inefficienza dell'impresa o dell'ente, i maggiori costi, la distorsione delle scelte delle imprese e degli enti, che non perseguono più i fini per i quali sono sorti, ma l'interesse di chi le governa o di chi ha designato gli amministratori».

Chi paga: «La lottizzazione può quindi assumere un aspetto patologico che, contrastando con interessi generali, ha contribuito inoltre a gettare discredito sugli esponenti politici e sui partiti lottizzatori».
Se non capisco male, la lottizzazione farebbe male a tutti, o quasi. Mi viene da pensare al vizio del fumo o dell'alcool, con la differenza che il cancro ai polmoni o la cirrosi epatica minaccia tutti meno che i fumatori passivi della lottizzazione che hanno brindato a rapide ed immeritate carriere.

Curiosando con timore, vado a leggere della Rai, parandomi le spalle dietro la definizione di altri, più enciclopedici di me. «La Rai radiotelevisione italiana è la concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo italiano». Segue il dettaglio dei suoi organi di governo attribuiti, dalla legge Gasparri, alla Commissione parlamentare di vigilanza e al Tesoro. Secondo Wikipedia (io non c'entro), ciò implica che «la televisione pubblica italiana è quindi sotto il completo controllo dei politici (parlamento e governo), e quindi strutturalmente non assicura un'informazione indipendente e libera da loro, come invece vorrebbe la moderna teoria della separazione dei poteri. Molti critici hanno spesso evidenziato questo fatto accusando la Rai di mancare di pluralismo dell'informazione, di censurare professionisti meritevoli ma scomodi per i politici e di essere 'lottizzata' da persone raccomandate dai partiti e asservite a loro».

Eccoci servita un'altra parola chiave nelle nostre incertezze lessicali: i raccomandati. Un po' come tornare all'antico, prima che Ronchey nobilitasse in lotti di parte i sempiterni «figli di qualcuno». Cos'è la raccomandazione lo sappiamo tutti. Più interessante la definizione delle «parti attive» nella raccomandazione. Tre i protagonisti, col ruolo decisivo del «raccomandatore», cioè di colui che «sfruttando la propria posizione sociale e il proprio potere, compie l'azione del raccomandare». Conseguenza o ispirazione del raccomandatore è il «raccomandato»: «Colui che gode della raccomandazione e della posizione di vantaggio che ne consegue». Ruolo terzo ma decisivo, quello del «raccomandatario», di colui che «riceve la segnalazione del soggetto da favorire e la porta tecnicamente a compimento». La conclusione degli studiosi della materia è lapidaria: «Il meccanismo va a buon fine quando tutti i soggetti agiscono di concerto».
Se dizionari ed enciclopedie dicessero la verità, attorno al problema Rai-partiti, avremmo quindi qualche complessità in più. Il «raccomandatore» politico, e non solo, che deve fare dieci passi indietro. Il «raccomandato» contro cui le organizzazioni sindacali avrebbero dovuto fare decine di passi avanti. Sui «raccomandatari» che eseguono, nulla voglio dire, per semplice vigliaccheria personale. Resta la trilogia offerta dalla scienza: raccomandante-lottizzante, raccomandato-lottizzato, raccomandatore-lottizzatore, per ottenere il risultato largamente deprecato e universalmente praticato, debbono agire di concerto. Chi, dei tre soggetti, è disposto a cominciare un circuito virtuoso? Nel dibattito politico forse mi sono sfuggiti i volontari della svolta. Un sindacato, un candidato a qualche direzione, un consigliere d'amministrazione. Dovevano essere distratti.

Un'idea facile facile che riguarda il già citato «chi comanda come». Se, quando mai, dovessero procedere a importanti nomine dirigenti, reti, tele e radiogiornali, vertici tecnici, amministrativi, burocratici. Rivoluzione! Candidature pubbliche. Autocandidature e prima selezione, come per Miss Italia. Potremmo persino prevedere il voto telefonico del pubblico. Per la direzione del TgX, se preferisci il candidato Tizio, fai seguire al numero telefonico che vedi sullo schermo, il numero 1, per il candidato Caio, il numero 2; per il candidato Sempronio, il numero 3. Poi la ponderosa giuria interna che seleziona attraverso la prova di cultura generale. «Possiedi un televisore? Quante volte la settimana lo vedi?». Giunti alla terna finale, infine, il giudizio motivato e pubblico d'ogni singolo giurato. Per dissipare il dubbio che possa prevalere quel «lato B», che ha segnato la selezione di miss Italia.

*giornalista Rai

 

 

 

 

 

Mercenari a giudizio a Bari, mercenari impuniti a Baghdad - 2-10-07





di Gennaro Carotenuto - da www.gennarocarotenuto.it

Due notizie sullo stesso tema, ma di segno diverso, arrivano rispettivamente da Baghdad e da Bari. A Baghdad l'occupante impone gli assassini della Blackwater al governo sovrano iracheno, a Bari a giudizio i mercenari italiani.

La procura della Repubblica di Bari ha deciso il rinvio a giudizio per Salvatore Stefio e Giampiero Spinelli con l'accusa di «arruolamenti non autorizzati a servizio di uno Stato estero», art. 288 del codice penale, che prevede una condanna da 3 a 6 anni di reclusione. Giova ricordare che, per il dizionario della lingua italiana De Mauro, "chi esercita il mestiere delle armi per professione al servizio di uno stato straniero o di gruppi politici" è definito "mercenario". Salvatore Stefio stesso è uno dei quattro italiani sequestrati in Iraq nel 2004 e liberati con un blitz dopo che uno di loro, Fabrizio Quattrocchi fu assassinato. Intorno a quel caso si alzò una cortina di fumo ideologica tesa a legittimare tanto i mercenari come l'occupazione. I quattro vennero definiti a metà strada tra "emigranti con la valigia di cartone" ed "eroi per la liberazione del popolo iracheno dalla tirannide saddamita". La triste, ma purtroppo prevedibile, fine di Quattrocchi fu volgarmente strumentalizzata e ancora ieri alcuni giornali (fingendo di ignorare il codice penale) stigmatizzavano la notizia del rinvio a giudizio come una "vendetta della magistratura rossa contro il morto (sic!)".

Ma in un paese civile come l'Italia, dove l'azione penale è obbligatoria, quel rinvio a giudizio arriva con tre anni di ritardo. Per le leggi italiane, offrire servizi di "commandos, controterrorismo, controguerriglia e controsorveglianza (ovvero il tradimento di chi si è pagati per proteggere)" quali quelli che dichiaratamente offre la Presidium , la società che arruolò in Italia i quattro, è un reato penale e come tale va giudicato. E' un processo che va seguito con interesse, quello di Bari. Al di là del polverone, che impedisce finanche di dare pane al pane e mercenario al mercenario, stabilirà se il paese che vogliamo è un paese dove una campagna mediatica può trasformare un reato in atto di eroismo e se è davvero lecita (culturalmente prima che penalmente) l'idea di permettere l'arruolamento di eserciti di ventura in uno stato di diritto.

Intanto, un altro paese, che presume di sé d'essere il faro della civiltà, gli Stati Uniti, dove fare il mercenario è non solo legale ma eccellentemente retribuito, impone ad un terzo paese, l'Iraq, di continuare a lasciar lavorare i mercenari della Blackwater. Sono quelli dal grilletto più facile, che due settimane fa massacrarono in strada undici civili iracheni (28 secondo altre fonti). Mentre la Blackwater continua a sostenere la tesi dell'imboscata, molti testimoni concordano nel definire il massacro deliberato e senza alcun motivo. Lo conferma un alto ufficiale del Pentagono, citato in forma anonima dal Washington Post : quel massacro fu talmente efferato da potersi considerare "un incubo, che potrebbe rivelarsi peggiore di Abu Grajib".

Dopo quell'ennesimo massacro, il governo iracheno, che ci hanno spiegato essere oramai sovrano da tempo, aveva sovranamente deciso di ritirare la licenza alla Blackwater. Oggi il sovrano governo iracheno è stato costretto dall'occupante a rimangiarsi la decisione, almeno fino alla conclusione di un'inchiesta, ovviamente statunitense, che sta già scegliendo uno o due caporali (i Mario Lozano di turno) da incolpare di tutto. É che la presenza della Blackwater, la più grande e violenta delle compagnie di mercenari (in totale almeno 130.000, un esercito, alcune centinaia di civili inermi massacrati) presenti in Iraq, vale un affare da almeno 845 milioni di dollari. Almeno questa è la cifra che il padrone dell'esercito privato (fosse stato somalo o afgano lo avremmo definito "signore della guerra"), il fondamentalista protestante Erik Prince, ha incassato finora solo da Dipartimento di Stato e Pentagono.

La ripresa delle attività della Blackwater non è solo un rischio intollerabile (uno in più) per il popolo iracheno, ma è la conferma dello status pienamente coloniale dell'Iraq attuale. Un tempo i colonizzatori misuravano il loro dominio proprio sulla capacità di monopolizzare l'uso della forza. Oggi la danno in conto terzi, come fosse un subappalto di tomaie o suole di scarpe, in una sorta di incubo "neoliberista militare" nel quale i media mainstream pretendono di convincerci che gli "assassini al soldo" siano degli eroi.

 

 

 

 

 

Antipolitica, per chi suona la campana - 2-10-07



di Ezio Mauro - da la Repubblica

C'è qualcosa di impopolare e tuttavia necessario da dire ancora sull'assalto dell'antipolitica al cielo italiano di questo sgangherato 2007. Niente di ciò che sta avvenendo sarebbe possibile se sotto la crosta sottile di questa crisi dei partiti che diventa crisi di rappresentanza, si allarga alle istituzioni, corrode il discorso pubblico, non ci fosse un'altra crisi ben più profonda che continuiamo a ignorare perché non la vogliamo vedere.

E' la decadenza del Paese, l'indebolimento della coscienza di sé e della percezione esteriore, la perdita di peso specifico e di identità culturale. Ciò che dà forma contemporanea ad un'idea dell'Italia, la custodisce aggiornandola nel passaggio delle generazioni, la testimonia nel mondo, garantendo una sostanza identitaria agli alti e bassi della politica, ai cicli dell'economia, all'autonoma rappresentazione del Paese che la cultura fa nel cinema, nella letteratura, nel teatro, nella musica, nei media o in televisione.

Se questa idea che il Paese ha di se stesso, e che il mondo ha di noi, non si fosse fiaccata fino a confondersi e smarrirsi, il sussulto di ribellione ai costi crescenti della politica, alla lottizzazione di ogni spazio pubblico con l'umiliazione del merito, all'esibizione pubblica dei privilegi avrebbe preso la strada di una spinta forzata al cambiamento e alla riforma. Non di un disincanto che si trasforma in disaffezione democratica mentre la protesta diventa una sorta di secessione dalla vita pubblica: un passaggio in una dimensione parallela - ecco il punto - dove l'idea stessa di cambiamento cede alla ribellione, e alla cattiva politica si risponde cancellando la politica e abrogando i partiti. Come se cambiare l'Italia fosse impossibile. O, peggio, inutile.

Un Paese che dedica quattro serate tv a miss Italia, riunisce una trentina di persone in un vertice di maggioranza attorno a Prodi, inventa un cartoon politico come la Brambilla per esorcizzare il problema politico della successione a Berlusconi, vede restare tranquillamente al suo posto il presidente di Mediobanca rinviato a giudizio con altri 34 per il crac Cirio, forma due partiti anche per discutere l'eredità Pavarotti e dà ogni sera al Papa uno spazio sicuro nel suo maggior telegiornale, ha la proiezione internazionale che questo triste perimetro autunnale disegna. Un'Italia in forte perdita di velocità, dove l'unico leader capace di innovazione è un manager straniero come Sergio Marchionne mentre il ceto politico è l'elemento più statico, immobile, in un sistema che perde peso e ruolo in Europa e nel mondo. Perché la moda, il Chianti e le Langhe non possono da soli sostenere e rinnovare la tradizione e l'ambizione di un Paese che non può essere soltanto l'atelier dell'Occidente, o la sua casa di riposo.

Ma se tutto questo è vero, e purtroppo lo è, l'antipolitica è soltanto una spia - e parziale - dell'indebolimento di un sentimento pubblico e di uno spirito nazionale, qualcosa che va molto al di là delle dimensione strettamente politica e istituzionale. È quel che potremmo chiamare il senso di una perdita progressiva di cittadinanza in un Paese che perde intanto ogni piattaforma identitaria comune, ogni appartenenza sicura, qualsiasi cultura di riferimento. Come può questo Paese non perdere sicurezza, coscienza, peso, capacità di rappresentare se stesso e di valorizzarsi, innovando e modernizzando?

Il "V-day", a mio giudizio, è una prova di questo impoverimento. Solitudini politiche sparse, delusioni individuali, secessioni personali si riuniscono in uno show, come se cercassero "soluzioni biografiche a contraddizioni sistemiche". È quella che Zygmunt Bauman chiama la comunità del talk-show, con gli idoli che sostituiscono i leader, mentre il potere dei numeri - la folla - consegna loro il carisma, capace a sua volta di trasformare gli spettatori in seguaci. Attorno, la celebrità sostituisce la fama, la notorietà vale più della stima, l'evento prende il posto della politica e trasforma i cittadini da attori a spettatori: pubblico.

Ma come si fa a non vedere che in questa atrofia del discorso politico, che cortocircuita se stesso trasformando il "vaffanculo" nella massima espressione di impegno civile dell'Italia 2007, c'è la decadenza di ogni autorità, il venir meno di ciò che si chiamava "l'onore sociale" dei servitori dello Stato, il logoramento vasto del potere nel suo senso più generale: il potere in forza della legalità, in forza "della disposizione all'obbedienza", nell'adempimento di doveri conformi a una regola.

Se è questo che è saltato, il vuoto allora riguarda tutti, non soltanto la classe politica. È l'establishment del Paese nel suo insieme che invece di sentirsi assolto dal pubblico processo al capro espiatorio politico, deve rendere conto di questo deficit complessivo di rappresentanza, di questo impoverimento del sistema-Italia, di questa secessione strisciante, dello smarrimento non solo del senso dello Stato ma anche di uno spirito repubblicano comune e condiviso. Troppo comodo partecipare al valzer dell'antipolitica dagli spalti di un capitalismo asfittico nelle sue scatole cinesi, di una finanza che cerca il comando senza il rischio, di un'industria che dello Stato conosce solo gli aiuti e mai le prerogative.

Quando la crisi è di sistema e l'indebolimento del Paese è l'unico risultato visibile ad occhio nudo, davanti alla secessione strisciante di troppi cittadini dalla cosa pubblica bisognerebbe che l'establishment italiano evitasse di contare in anticipo le monetine da lanciare contro la politica, aspettando la supplenza e sognando l'eredità. Meglio chiedersi, finché c'è tempo, per chi suona la campana.

 

 

 

 

 

Parlamentari per un giorno 
Basta per la pensione a vita

di Francesco Cramer - venerdì 28 settembre 2007, 09:06

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Milano - Che la «casta» costi se ne sono accorti tutti, a prescindere dal meritorio libro-denuncia di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo. Che i cittadini siano arrivati a un minimo livello di sopportazione rispetto ai privilegi dei politici è evidente, a prescindere dai «vaffa...» di Beppe Grillo. Ma quando il quotidiano Italia Oggi spulcia l’archivio e tira fuori questa storia da guinness dei primati del privilegio, c’è da fare un salto sulla sedia. Quattro ex parlamentari hanno lavorato un giorno, un giorno soltanto. Eppure percepiscono un assegno di 1.733 euro netti al mese come pensione. Vita natural durante per di più.

Tra gli anni 1976 e 1987 si svolgono ben cinque elezioni politiche. Il Partito radicale ha un discreto successo: nel 1976 manda alla Camera 4 suoi uomini; nel 1979, 18 e 2 al Senato; nel 1983, 11 alla Camera e 1 al Senato; nel 1987, 13 alla Camera e 3 al Senato. In questi anni, per il gioco dei subentri, succede che Angelo Pezzana, Piero Craveri, Luca Boneschi e René Andreani, appena entrati in Parlamento, decidono di uscirne immediatamente: corrono, chi a Montecitorio e chi a Palazzo Madama (Piero Craveri il 9 luglio del 1987) e si dimettono. Un primo e ultimo giorno di scuola. Meritorio il non attaccamento alla poltrona. Peccato che a loro è stato sufficiente «lavorare» per pochi minuti (il tempo di dire addio agli onorevoli colleghi) per guadagnarsi una pensione quella sì più che onorevole: 1.733 euro netti al mese più adeguamenti vari.

Tutto regolare, tutto secondo la legge. Vigeva allora una norma che garantiva un’assicurazione contro lo scioglimento anticipato delle Camere. Qualcosa va storto e il povero parlamentare rimane a piedi? Ci penserà lo Stato-Pantalone a staccare un assegno per risarcire il politico. Per tutta la vita. Anche se ha faticato poco, pochissimo, solo qualche minuto come in questo caso limite. Oggi non funziona più così ma i diritti acquisiti non si toccano e i quattro ex onorevoli continuano a ricevere più di ventimila euro l’anno: cifra ben superiore a quella che porta a casa un operaio sudando sette camicie.

Angelo Pezzana, storico militante del partito di Pannella, era stato artefice dell’apertura al mondo omosessuale e al Fronte unitario omosessuale rivoluzionario italiano (Fuori). Già esponente dei verdi, Pezzana può contare anche sul vitalizio di consigliere regionale del Piemonte. Anche Piero Craveri sguazza da sempre in politica: docente universitario, è stato anche consigliere comunale a Napoli.

Il leader storico del partito radicale Marco Pannella fa trasparire un certo imbarazzo nella lettera al direttore di Italia Oggi, Franco Bechis: «Ringrazio molto, sinceramente, Italia Oggi... per le informazioni che avete dato, con giustissimo rilievo al fatto che quattro nostri compagni che avevano accettato con grande senso di responsabilità di dar corso alle elezioni previste ed auspicate dal Partito radicale, dimettendosi anziché restare a esercitare loro personalmente il mandato parlamentare. Posso assicurarti che di questa loro scelta e comportamento ero e la maggior parte di noi certissimamente eravamo, del tutto all’oscuro di quest’altro aspetto della questione da voi portata alla conoscenza dei vostri lettori e nostri». E poi i saluti cordiali: «Buon lavoro, quindi, e la speranza che vogliate continuare in questa specifica vostra attività di informazione, per la quale – lo ripeto – non possiamo che essertene grati».  

 

 

 

La superiore moralità israeliana  
Versione 1.0 
 
Non è difficile trovare nei libri e negli articoli di Fiamma Nirenstein e di altri scrittori italiani I della Israel Lobby l’affermazione secondo cui i politici ed i militari sarebbero caratterizzati da una superiore moralità rispetto ai loro nemici palestinesi, fondamentalisti, arabi, musulmani ecc. È di pochi minuti fa una notizie del tg3, di cui non trovo al momento equivalente notizia online, secondo cui starebbe per passare una convenzione per la definitiva messa al bando delle bombe a grappolo, i cui effetti sono programmati per durare nel tempo e per colpire in particolare la popolazione infantile. Nel libro di John J. Mearmsheimer e Stephen M. Walt, La Israel lobby e la politica estera americana, fatto passare come dei Nuovi protocolli di Sion, si trova verso la fine del libro la seguente pagina, la 391-92 dell'edizione italiana:

Una delle tattiche più punitive a cui gli iraeliani hanno fatto ricorso è l’uso delle bome a grappolo (o cluster bomb),Il tuo browser potrebbe non supportare la visualizzazione di questa immagine. che, esplodendo, diffondono in una vasta area circostante una miriade di ordigni di dimensioni più piccole. Questi piccoli ordigni sono di fabbricazione approssimativa e molti non esplodono all’impatto: ciò significa che diventano mortali mine antiuomo che, dopo la fine delle ostilità, continuano a lungo a mietere vittime. Data la particolare pericolosità di di tali ordigni se utilizzati su obiettivi civili, gli Stati Uniti hanno sempre insistito con Israele afficnhé li utilizzasse esclusivamente contro obiettivi militari specifici e chiaramente delimitati. Anzi, come abbiamo già segnalato, l’amministrazione Reagan aveva vietato la vendita di bombe a grappolo a Israele per un periodo di sei anni, negli anni Ottanta, a seguito della scoperta che le FDI [Forze di Difesa Israeliane] le avevano utilizzate in aree civili durante l’invasione del Libano, nel 1982. 
 
Negli ultimi tre giorni della seconda guerra del Libano, quando si sapeva che il cessate il fuoco era imminente, i militari israeliani hanno lanciato più di un milione di questi piccoli ordigni nel Sud del Libano:
Il tuo browser potrebbe non supportare la visualizzazione di questa immagine. un’area con una popolazione di 650.000 abitanti. L’obiettivo era “saturare l’area” con queste piccole, ma letali bombe. Un militare israeliano di un battaglione di artiglieria ha rivelato che «nelle ultime 72 ore abbiamo sparato tutte le munizioni che avevamo, tutte sullo stesso punto. Non modificavamo neppure il puntamento del cannone. Altri compagni di battaglione mi hanno confermato che anche loro, nelle ultime 72 ore, hanno utilizzato tutte le munizioni a disposizione: proiettili normali, bombe a grappolo, tutto quel che c’era». Nel corso dell’intero conflitto, si stima che gli israeliani abbiano lanciato sul Libano circa quattro milioni di piccoli ordigni a grappolo. Dopo la fine dei combattimenti, alla metà di agosto, i funzionari delle Nazioni Unite hanno stimato che nella parte meridionale del paese ci fossero circa un milione di questi ordigni inesplosi.Il tuo browser potrebbe non supportare la visualizzazione di questa immagine. I ricercatori di Uman Rights watch (HRW) hanno dichiarato che la «densità delle bombe a grappolo in Libano meridionale è la più alta di quella mai riscontrata altrove». Uno dei militari israeliani che ha contribuito a «inondare» l’area di bombe a grappolo ha detto: «Quello che abbiamo fatto è folle e mostruoso: abbiamo coperto intere città di cluster bomb». Jan Egelland, sottosegretario generale delle nazioni Unite per gli affari umanitari, ha definito l’azione israeliana «sconcertante» e «totalmente immorale». Nei primi otto mesi succesivi alla fine del conflitto, 20 civili libanesi sono stati uccisi e 219 - dei quali 90 bambini – sono rimasti feriti dall£esplosione di bombe a grappolo. Da tutto ciò risulta evidente che la campagna di distruzione condotta da Israele in Libano ha violato le leggi di guerra.

 
Subito dopo questo brano i due autori americani spiegano la loro illiceità rispetto alle leggi di guerra sancite da trattati e convenzioni. I fatti qui denunciati sono stati pure riscontrate dalle organizzazioni umanitarie, puntualmente tacciate di antisemitismo dalle organizzazioni lobbistiche. 
 
(segue)

 

 

 

Bologna, donna morta per scambio tac
Medico arrestato. "Falsificò la cartella"

 

BOLOGNA - Un medico, che avrebbe falsificato la cartella clinica, è stato arrestato nel corso delle indagini sulla morte di Daniela Lanzoni, la donna di 54 anni deceduta a fine settembre nel Policlinico S.Orsola di Bologna dopo l'asportazione di un rene decisa per una diagnosi sbagliata, dovuta all'attribuzione di un referto e di una tac appartenenti in realtà a un'altra donna che aveva lo stesso cognome ma nome differente. I carabinieri del Nas e quelli della sezione di Pg della Procura hanno eseguito un'ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari, con divieto di comunicare con persone estranee, a carico di G.C., dirigente medico nel reparto di Urologia. La misura è stata emessa dal Gip di Bologna, su richiesta del Pm titolare dell'inchiesta, Francesco Caleca. Il medico che, già era indagato con altre sei persone a piede libero peromicidio colposo, è stato arrestato perché ritenuto responsabile inoltre di falsi in atti pubblici (cartella clinica), tali da ostacolare l'accertamento dei fatti, anche in sede amministrativa. Avrebbe, cioè, falsificato la cartella clinica della donna.

 

(15-10-2007)

 

 

 

 

Non “se” ma “quando” attaccheranno l’Iran - 09/10/07


Da diverse settimane era già evidente che il momento dell'attacco contro l'Iran si stava avvicinando. Ma la gran parte dei commentatori sembrava sorda a ogni suono e cieca di fronte ai segnali. Tutti fermi alla stolida constatazione, politically correct”, secondo cui gli Stati Uniti non potrebbero invadere l'Iran, non avendo la forza di farlo. Il problema è che nessuno, al Pentagono, pensa di invadere l'Iran.

Non era bastata la secca dichiarazione di Sarkozy al suo ritorno da Washington: o via la bomba iraniana oppure si dovrà bombardare l'Iran. Parve una battuta e non lo era. Poi è arrivata la replica del ministro degli esteri francese Bernard Couchner, ancora più esplicita: “prepararsi". Alle conseguenze, s'immagina, visto che ce ne saranno molte.

D'Alema, unico europeo a parlare fino ad ora, ha detto una cosa saggia: “la guerra non serve”. Ma bisognava farlo prima e dirlo più forte. Perché ormai siamo alla vigilia. “Il momento è ancora da scegliere, la decisione è già stata presa". Lo dicono ormai in molti. C'è stata una miriade di "fughe di notizie", più o meno pilotate, alcune delle quali provenienti direttamente dalle vicinanze del vice-presidente Cheney. E c'è un considerevole numero di analisti ed esperti molto rinomati, sia nel campo dei falchi che delle colombe, che giungono tutti alla stessa conclusione.

A fine agosto il sito Raw Story ha pubblicato la sintesi di un ampio studio condotto da Dan Plesh (Direttore del Centro di Studi Internazionali e Diplomazia della Scuola di Studi africani e orientali dell'Università di Londra) e da Martin Butcher (Direttore del Consiglio Britannico Americano per l' Informazione sulla Sicurezza ed ex consigliere della Commissione Esteri del Parlamento Europeo) che afferma, senza mezzi termini, che "gli USA hanno preparato le loro forze armate ad un 'massiccio' attacco contro l'Iran che è di fatto già pronto e che non prevede un'invasione sul terreno". L'obiettivo, che sarebbe raggiunto colpendo svariate migliaia di obiettivi militari e civili, avrebbe come scopo di "eliminare le armi di distruzione di massa iraniane, il sistema energetico nucleare, il regime, le forze armate, l'apparato statale, e le infrastrutture economiche in pochi giorni, se non poche ore dal momento in cui il presidente Bush darà l'ordine di attacco".

La stessa conclusione è stata pubblicata da Timesonline (Sunday Times ) il 2 settembre, riportando le parole che Alexis Debat (direttore per il Terrorismo e la Sicurezza Nazionale del Nixon Center), pronunciò a un incontro organizzato dalla rivista dei neocon The National Interest. Gli USA - ha detto Debat - non si preparano a "qualche puntura", ma "coinvolgeranno l'intera forza militare iraniana", con l'obiettivo di "annichilirla nello spazio di tre giorni". Nell'articolo del Sunday Times , firmato da Sarah Baxter, citando fonti informate di Washington, si parla di "temperatura in crescita" e di "segnali inviati da Bush a un certo numero di indirizzi", dove si esprime l'intenzione di fare i conti con Teheran "prima che sia troppo tardi". E che, quando la decisione sarà presa, "sarà prudente usare una forza rapida e straripante".

Ma i segnali più direttamente politici sono ancora più inquietanti. Il deputato democratico Kucinch, fa sapere in riunioni ristrette (che però rimbalzano su decine di siti web) che il vertice del suo partito ha già dato via libera a Bush. Hillary Clinton ripetutamente dichiara di non escludere l'uso della forza contro l'Iran. E, quando, recentemente, il Senato USA ha approvato il "Defense Appropriations Bill", con il consenso di Nancy Pelosi, non solo sono stati concessi i 100 milioni di dollari aggiuntivi chiesti dal Presidente per la guerra irachena, ma è sparita dalla risoluzione la condizione (inizialmente prevista) secondo cui il Presidente avrebbe dovuto affrontare un voto del Congresso prima di poter decidere l'attacco. Altri due tentativi per reintrodurre la clausola, fatti dal democratico Jim Webb (Senate Bill 759) e dall'altro democratico Mark Udall (House Resolution 3119) sono stati insabbiati. E' chiaro che Bush non avrà ostacoli politici. E, appena prima della pausa di agosto, il Senato ha votato - 97 voti a favore nessuno contro - una risoluzione proposta dal democratico Joe Lieberman che duramente accusava l'Iran di complicità nell'uccisione di soldati americani in Irak.

Quando l'attacco ci sarà, sarà dunque bipartizan.

I toni si sono fatti durissimi, e si accompagnano ormai ad azioni dirette di tipo militare, mentre è in discussione se attaccare le "infiltrazioni" iraniane in territorio iracheno, o se inseguire gli "infiltrati" anche dentro il territorio iraniano. E mentre la stampa americana è ormai inondata di accuse all'Iran come esportatore verso la resistenza sciita antiamericana di quei tremendi IED e EFP (ordigni ad alta penetrazione) che stanno mietendo vittime americane in Irak, Bush rende noto, parlando di fronte alla convenzione della American Legion, di avere "autorizzato i nostri comandanti militari ad affrontare le attività criminali di Teheran" , rivelando che "noi abbiamo già effettuato operazioni contro agenti iraniani che fornivano munizioni letali ai gruppi estremisti".

La chiusa è una dichiarazione di guerra: "I dirigenti dell'Iran non potranno sfuggire alla responsabilità di avere sostenuto attacchi contro le forze della coalizione, provocando la morte di iracheni innocenti".

Quindi non più soltanto la bomba atomica iraniana, che Washington intende stroncare prima che nasca, ma la voglia di eliminare l'ultimo antagonista rimasto nell'area. Il tema della bomba si è incaricato di svolgerlo uno dei principali organizzatori e sobillatori dell'attacco contro l'Irak, Michael Ledeen, che, proprio il 6 settembre, con l'attivo supporto dell'American Enterprise Institute ha lanciato il suo ultimo libro: "La bomba a tempo iraniana: la necessità di distruggere i Mullah Zeloti" (St Martin Press). Dove ripete, calcando la mano, ciò che dice e fa da anni: "Questa Amministrazione presidenziale, o la prossima, dovranno fare fronte a una scelta terribile: accettare un Iran nucleare, o bombardarlo prima che le sue armi atomiche siano pronte a partire".

E poichè Ahmadinejad non accenna a cedere, la conclusione non lascia spazio a dubbi. Questo pensano coloro che guidano l'America, inutile farsi llusioni. Hanno convinto anche la Francia di Sarkozi. Cosa pensi l'Europa non è dato sapere. Noi, a quanto pare, ci occupiamo solo di pagare gli effetti del disastro della finanza americana, ma a fare due più due non siamo capaci..

di Giulietto Chiesa  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sul partito democratico
Maurizio Blondet
16/10/2007
Veltroni: «Ora serve discontinuità; ma resto anche sindaco di Roma»

Un lettore manda la seguente mail a cui Blondet risponde.
«Egregio Direttore, evito Repubblica e Corriere, non voglio nemmeno che il mio modesto clic contribuisca ad aumentare i loro cachet pubbicitari.
Leggo solo EFFEDIEFFE e poco altro.
Speravo in un suo commento circa il nascente partito democratico ed invece ho trovato
"Il volto ambiguo dell'eliocentrismo"; OK.
Ma non è per questo che mi permetto di scriverLe.
Ciò che mi turba è che - nonostante i disastri e le malversazioni di questo governo e di questa sinistra (basta aprire gli occhi o leggere un paio di Suoi articoli per rendersene conto) - ci siano ancora milioni di persone che accorrono in modo cieco e acefalo.
Non saranno 3.4 milioni, si saranno anche moltiplicati tra le 17.00 e le 18.30, ma erano comunque tanti, troppi.
I 300.000 di Grillo sono un gruppuscolo al confronto.
L'affare Telecom, il caso Visco, affittopoli non si sa più cosa siano.
Rimozione collettiva.
Non c'è speranza.
Saluti,
Simone
»


Calma, calma: che cosa si aspettava?
Quello che è nato è il partito dello status quo: del non cambiamo niente, a noi va bene così.
E ci sono milioni di persone che dallo status quo ricavano vantaggi, o credono di ricavarne, basti contare i dipendenti pubblici.
E' il partito unificato di comunisti e democristiani - che volevano da decenni mettersi insieme, nel compromesso storico e per eternare l'immobilismo.
Sono andati a votare i robot comunisti su ordine del partito e i democristiani, e i parassiti, risucchiatori del denaro pubblico, o aspiranti-parassiti: è ovvio che siano tantissimi.
E sono per la conservazione.
Questo non deve indurre a perdere la speranza.
Deve indurre a non sottovalutare il tipo di lotta politica che ci aspetta: non ho mai detto che sia facile, so che gli interessi dall'altra parte sono potentissimi e guidano gli individui.
E che il popolo di Grillo, se non viene mobilitato ancora, è un fuoco di paglia, come lo è ogni movimento d'opinione davanti ai gruppi d'interesse.
Bisogna solo capire che la prospettiva da prendere non è elettoralista, ma rivoluzionaria.
Anche per questo non ho commentato la «nascita del partito democratico»: la propaganda, l'invito al «voto» dalle TV di Stato, si commentano da sé.
E' il partito che usa ancora una volta i mezzi pubblici per i suoi scopi.
E' il partito unificato del potere, con etichetta di «sinistra» e vuoto reale neo-centrista.
Nasce nella falsità.

Veltroni dice di ispirarsi a Kennedy, di essere sempre stato kennediano: ma allora perché dai 14 anni ha fatto carriera nel PCI?
Ha sbagliato il partito (poco kennediano); e questa volta no?
In realtà, fa sapere che il suo modello è Sarkozy: di destra «all'americana».
E quelli hanno votato questa roba.
Qualunque, roba, purchè emolumenti e stipendi fissi e posti inamovibili restino come sono.
Da questo PD nascerà il governo dove saranno ministri Veltroni, Fassino, Rutelli, forse Prodi come «tecnico»…
Che cosa c'è da commentare?
Cosa c'è di nuovo?
Era tutto prevedibile.
Se ne avessi voglia, un commento - sgradevole - lo riserverei all'altro blocco.
Perché se Veltroni ora ha il partito unito dello status quo, Berlusconi sta cercando di fare il partito del nulla, e manco ci riesce.
Il Cavaliere è più che mai un ingombro, un ostacolo: se non ci fosse lui, pezzi che sono in quella roba o nel governo Prodi (Di Pietro, Dini) sarebbero già dall'altra parte.
Scegliere fra l'uno e l'altro?


Rivoluzione!
Il vero scontro di classe - quelli che i soldi allo Stato li danno contro quelli che dallo Stato li prendono senza corrispettivo - è appena cominciato.
E' cominciata la lunga marcia.


Maurizio Blondet


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